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crostacei
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E’ sempre più diffusa la crudele pratica di detenere i crostacei, in particolar modo le aragoste, dentro fatiscenti acquari con le chele legate sottoponendoli ad una infinita sofferenza senza scrupoli, per poi farle finire in pentola a bollire quando sono ancora vive e coscienti.

Ebbene si, coscienti è la parola giusta da usare in quanto a dimostrare la vera agonia di questi piccoli esseri indifesi, entra in campo la teoria dimostrata dai biologi dell’irlandese Queen’s School of Biological Sciences Elwood e Barry Magee, i quali sono arrivati alla conclusione che i crostacei provano davvero dolore.
Fino a poco tempo fa i movimenti di questi esseri viventi, buttati brutalmente in acqua bollente, erano considerati dei semplici riflessi automatici che nulla avevano a che vedere con una reazione al dolore provato nell’essere bolliti da vivi; da questi studi contrariamente si evince che questi riflessi sono in realtà causati dal dolore percepito.

Purtroppo per condurre la ricerca è stato necessario ricorrere alla sperimentazione con degli esemplari vivi; l’obiettivo era rispondere alla domanda: quale tipo di reazione i crostacei dimostrano all’esposizione al dolore? Si tratta di semplici riflessi o di un sistema più complesso di ricezione degli agenti dannosi esterni?
Così si è deciso di somministrare sul corpo di alcuni esemplari una sostanza acida e irritante, alternata ad un anestetico, per capire come rispondessero alle sollecitazioni.

I test iniziano con delle gocce di acido acetico, una sostanza irritante, sulle antenne di gamberi e sulle chele di astici, aragoste e simili. All’esposizione, tutti i crostacei dimostrano fastidio fisico, ritraendo il corpo o cercando di rannicchiarsi e nascondersi e tutte le specie cercano di raggiungere la parte irritata con le chele o spostando le antenne, come se volessero curarla e alleviare la ferita infatti quando sull’area affetta veniva versato un anestetico il comportamento cessava.

Conseguentemente è stato appurato che questi non sono solo riflessi ma comportamenti complicati e prolungati, che chiaramente coinvolgono il sistema nervoso centrale perché l’essere sta percependo dolore.
Secondo lo zoologo Jaren G. Horsley “l’aragosta non possiede un sistema nervoso autonomo che lo metta in uno stato di shock quando viene colpito quindi sente in modo vigile che lo stanno tagliando in due e soffre così tanto al punto che il suo sistema nervoso viene distrutto quando viene cucinato”. Dopo questi studi chi avrà ancora il coraggio di praticare questo rituale si dimostrerà sicuramente senza etica e morale.

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