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Coronavirus-allevamenti intensivi mix mortale.

Tutto quello che non vi dicono sulla pericolosità degli allevamenti intensivi al tempo del Coronavirus

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Come mai l’espansione del Coronavirus ha avuto un’impennata in determinate zone d’Italia? Il problema è il Coronavirus o tutte le attività orientate all’ottenimento del profitto a discapito della tanto decantata salute pubblica? Facendo un’indagine a ritroso nella stampa locale della Lombardia, sono venuta a conoscenza di segnalazioni di polmoniti anomale in tempi non sospetti (o, per dire meglio, assai sospetti).

A settembre del 2018 un medico di base bresciano, Sergio Perini, denunciò un picco di polmoniti atipiche. Perini affermò di non aver visto mai nulla di simile da quando faceva il medico e, in un’intervista sul giornale “Prima Brescia”, sostenne con estrema convinzione che la causa delle infezioni polmonari fosse l’inquinamento della zona per gli sversamenti dei liquami zootecnici degli allevamenti intensivi: «Io credo che questa epidemia non sia altro che la punta di un iceberg di una situazione ambientale ormai allo stremo» disse Perini. «Sicuramente per tutto il problema della contaminazione delle acque causato dalla presenza a macchia d’olio di decine di discariche concentrate in un territorio ormai saturo, ma non va dimenticato il discorso legato allo spandimento dei liquami. Formalmente è tutto legale ma nessuno sta controllando o sa esattamente cosa viene distribuito sui terreni agricoli: di fatto non sono previsti nemmeno controlli a medio e lungo termine sulle conseguenze che lo spandimento ha sul terreno in questione così come sulle interazioni con l’ambiente circostante. Non solo. Ad essere coinvolta è tutta la filiera alimentare».

Secondo il medico, la connessione epidemia-inquinamento sarebbe indubbia. Ma se lo era per lui già due anni fa, perché non lo è oggi per il ministro della salute Roberto Speranza o per Giulio Gallera assessore al Welfare della Lombardia? Anche in Veneto la situazione è decisamente grave. A gennaio di quest’anno Andrea Zanon (PD) ha denunciato la Regione alla Commissione Europea per violazione della Direttiva sulla qualità dell’aria e la relativa emergenza sanitaria: «Treviso più inquinata di Pechino, il Veneto è una camera a gas e in tutti i capoluoghi, tranne Belluno, gli sforamenti dei livelli di Pm 10 sono praticamente quotidiani. La giunta Zaia però non fa niente».

Ma i governatori delle regioni più colpite dal Coronavirus si sono mai posti il problema dell’impatto che gli allevamenti intensivi hanno sulla salute? La risposta è no.

Se governo e amministratori locali però non hanno alcuna intenzione di bloccarne l’espansione e la nascita, hanno deciso di farlo i cittadini formando comitati di protesta al fine di porre un freno come successo a Brescia dove il Tar ha respinto il ricorso dell’azienda veronese Biopig che chiedeva al Comune di Schinevoglia (Mantova) di ritirare il divieto di costruzione dell’allevamento con la motivazione che  «gli allevamenti di suini presuppongono costi ambientali (in particolare in termini di peso delle deiezioni e utilizzo di acqua) più gravosi rispetto ad altre tipologie di allevamenti, per cui è del tutto ragionevole e sicuramente proporzionata una previsione più restrittiva, diretta ad impedire l’incremento degli insediamenti suinicoli» o come a Castelfranco Veneto dove il comitato di cittadini con il parroco del paese hanno protestato contro la costruzione di un maxi allevamento intensivo di polli.

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Invece a Sommacampagna in provincia di Verona i cittadini hanno inondato il comune di telefonate per lamentarsi del fetore che proveniva dai liquami di scarto degli allevamenti intensivi della zone che vede stipati più di 3000 maiali.

Ad oggi, secondo le fonti ufficiali della protezione civile, i morti di e con Coronavirus in Italia sono 15.362, il più alto numero finora registrato in tutto il mondo. La maggior parte dei decessi si concentrano in particolare in Lombardia, Veneto,  Emilia Romagna e Piemonte cioè in quell’area del paese definita Pianura Padana. La Pianura Padana è la zona più dinamica ma anche più inquinata d’Europa, con livelli di biossido di azoto zolfo e polveri sottili davvero preoccupanti come è stato denunciato durante la giornata mondiale dell’ambiente.

Le cause di questo inquinamento così elevato sono molteplici. Oltre a quello industriale, delle auto e del riascaldamento, una delle motivazioni meno presa in considerazione è l’inquinamento causato dalla presenza degli allevamenti intensivi. Così come mostrato da Milena Gabanelli in un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera nel 2019, secondo l’ultima analisi dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale le voci più «pesanti» dell’inquinamento da particolato PM 2,5 sono il riscaldamento e gli allevamenti intensivi di animali, rispettivamente con il 38% e il 15,1%. I veicoli sono al quarto posto con il 9%, precedute dall’industria con l’11,1%. In Italia ci sono circa 150.000 allevamenti con più di 6 milioni di animali al loro interno, il 60 % è concentrato in pianura padana e vede la Lombardia al primo posto.

Quest’anno in particolare secondo una denuncia di Legambiente, per venire incontro agli allevatori è stato autorizzato dal Ministero delle politiche agricole, lo sversamento dei liquami zootecnici sui campi agricoli tra dicembre e gennaio, periodo in cui, secondo le regole della comunità europea, vige il divieto assoluto di spandimento. Questi liquami zootecnici, pari a milioni di tonnellate di materie fecali e liquidi maleodoranti prodotti dagli allevamenti intensivi, sono un annoso problema causato dall’alta concentrazione di animali.

Durante l’inverno però i terreni agricoli non sono in grado di assorbire i liquami perché saturi d’acqua, e quindi questi sversamenti hanno ridotto i campi zone melmose e paludose producendo colature schiumose nei corsi d’acqua della ‘bassa’ padana ed in particolare nelle province della Lombardia, la regione più solerte nell’attuazione della circolare ministeriale.

Tra gli effetti immediati, oltre alle proteste di residenti e comitati, anche un repentino aumento dei valori atmosferici del PM10 nei giorni centrali di gennaio, uno dei periodi di aria più inquinata del decennio. «Gli spandimenti selvaggi che abbiamo descritto nella denuncia alla UE – dichiara Damiano Di Simine, Coordinatore della presidenza del comitato scientifico nazionale di Legambiente – non possono in nessun caso essere spacciati per pratiche agricole: si è trattato di attività di smaltimento di rifiuti pericolosi su vasta scala, avvenuta con il benevolo assenso del MIPAAF, ma con effetti deleteri per la salute e per gli ambienti acquatici. Non siamo più disposti a tollerare pratiche nocive da parte di una zootecnia che, in Pianura Padana, ha passato il limite.».

Anche nel Febbraio del 2019 nella zona del bresciano venivano denunciati sversamenti di liquami zootecnici non autorizzati durante il periodo invernale col risultato di aver ridotto quella a zona delle pattumiere a cielo aperto con tutte le conseguenze nocive che sono state elencate.

Insomma tutte queste morti nella fascia della Pianura Padana di Coronavirus sono alquanto sospette; eppure, mai abbiamo sentito prendere in considerazione la possibilità che gli allevamenti intensivi possano essere una delle principali cause, o se non altro concause, di quanto si sta verificando. Putroppo dobbiamo constatare che, nonostante il lockdown del paese, gli allevamenti e quindi i relativi mattatoi restano aperti. La cosa incredibile è che la zona della Pianura padana resta altamente inquinata eppure auto non ne circolano e le industrie sono praticamente ferme, ma gli animali continuano ad essere uccisi. Perché? Eppure ci sono inchieste, studi approfonditi, ricerche, denunce sulla loro pericolosità.

Credo che come cittadini italiani abbiamo tutto il diritto di avere  delle risposte.