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Donne, un filo che unisce mondi e culture diverse. Telefona rosa dà voce alle donne della Mauritania

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Aminetou mint Moctar, presidentessa e fondatrice dell’Associazione donne capofamiglia, nel proprio Paese, la Mauritania, rischia la morte. Accusata di blasfemia e apostasia per la sua lotta per i diritti umani, e in particolare contro la violenza di genere, racconta, alla platea del Teatro Quirino, della realtà della Mauritania, una repubblica islamica, una realtà multiculturale- sono presenti tre componenti-negroafricana, araba e berbera- crocevia delle reti della tratta di esseri umani, droga e emigrazione. Un paese dove la popolazione è povera ed esclusa dalla gestione delle risorse e dove, in una struttura ancora tribale e retrograda, trionfa l’estremismo religioso. Qui gli abusi sono all’ordine del giorno e non esiste una legislazione efficace che protegga donne e bambine contro le piaghe degli stupri, dei matrimoni in tenera età e della tratta di schiave verso l’Arabia Saudita. Condannata a morte per aver reclamato un giusto processo per un blogger colpevole di aver usato in maniera impropria-secondo l’interpretazione datane dagli integralisti-, la parola Allah nella propria pagina, cosa che ha suscitato l’indignazione degli estremisti che hanno marciato fino alla residenza del Presidente della Repubblica sventolando la bandiera di Al Qaeda, ottenendo la promessa della condanna a morte dell’incauto articolista- questa donna straordinaria non ha paura di tornare a lottare nel proprio paese. Nonostante abbia conosciuto la prigione già a 11 anni per aver organizzato marce di protesta contro lo stupro impunito della sua più cara amica, sua coetanea. “Da allora- racconta con voce ferma-ho sposato, contro la mia famiglia feudale e patriarcale- la causa dei diritti umani e della democrazia. Perché solo in una democrazia le donne possono tutelare i propri diritti”.

Il reato di violenza sessuale- con vittime anche di pochi anni (cinque quello narrato da Amintou)- che vengono spesso uccise per occultare le prove- non è punita dalla legislazione locale. Nel 2015 nella capitale vi sono stati 29 casi di stupri di bambine da parte di uomini spesso oltre la cinquantina, impuniti a causa della passività del Ministero dell’Interno. Nel 2017 gli stupri di donne nella capitale sono arrivati a 700. A ciò si aggiunge il fatto che una donna che voglia denunciare la violenza, automaticamente diventi a sua volta colpevole del reato di fornicazione, punibile con tre anni di carcere e con la fustigazione.

Un’altra piaga del paese sono i matrimoni tra adulti e bambine persino di 4 anni, nonostante la Mauritania abbia aderito a tutte le Convenzioni sui diritti dell’uomo e alla Convenzione di Instanbul, e nonostante la stessa Costituzione del paese sia ispirata a questi principi. La recrudescenza degli stupri sulle bambine spinge infatti i genitori a far sposare queste innocenti per salvare la famiglia dal disonore. Nel 2017 nella capitale 815 bambine sono state costrette al matrimonio Lo Statuto del Paese che fissa a 18 anni l’età minima dei matrimoni, a questo riguardo lascia però spazio a varie interpretazioni, per cui quest’usanza aberrante viene difesa da un parlamento di mentalità patriarcale ed estremista.

I giovani sono la speranza del Paese. Sono stati costoro, e molti erano ragazzi, a scendere in piazza perché il Parlamento emanasse una legge contro il reato di stupro, e che animano le associazioni, i circoli culturali, le attività e il dibattito pubblico. Grazie a loro è stata elaborata una legge che però ora è bloccata in un Parlamento a maggioranza mussulmana.

E in Mauritania si pratica la tratta di esseri umani, soprattutto di ragazze della comunità africana. Nel 2016 il Governo ha firmato una Convenzione con l’Arabia Saudita, paese in cui i diritti umani e delle donne in particolare non sono tenuti in nessun conto-per inviare migliaia di ragazze come domestiche, molte delle quali sono state oggetto di stupri e maltrattamenti da parte della componente maschile della famiglia- Amintou cita il caso di due ragazze che hanno perso la ragione per il numero di abusi subiti-. Dopo varie manifestazioni e lettere di denuncia e protesta al Ministero degli Affari Esteri del proprio Paese e all’ambasciata dell’Arabia Saudita, Amintou è stata contattata da una delegazione di Sauditi che hanno tentato di corromperla perché lasciasse cadere le denunce. Purtroppo tutte le denunce sono state comunque archiviate e la Mauritania ha firmato anche nel 2017 un’altra Convenzione per l’invio di altre 15 mila ragazze-schiave domestiche- in Arabia Saudita. La schiavitù in Mauritania è frutto di discriminazione e povertà e si trasmette in linea femminile. Grazie alla pressione delle associazioni è stata adottata una legge che stabilisce che questa pratica è un crimine contro l’umanità, ma non ha avuto una ricaduta effettiva in un Paese dove vi è solo un avvocato donna.

Amintou per le sue posizioni è considerata un nemico del Paese, anche perché matrimonio precoce, violenza domestica, stupri, sono argomenti tabù e di diritto tribale, e chi li divulga diventa un nemico da combattere.

La platea dei giovani – formata dai ragazzi di circa trenta licei romani, Lucrezio Caro, Peana, Aristofane e tanti altri, ascolta attenta questa storia di violenze inenarrabili, ma anche di coraggio.

Anche perché si tratta di destinatari di un progetto di alternanza scuola lavoro che li vede coinvolti in visite nei centri di accoglienza dell’associazione e interazione con le volontarie e le operatrici del telefono rosa, per una comprensione personale del duro cammino di chi decide di sottrarsi alla violenza, e l’elaborazione di un video di due minuti sulla tematica della violenza, di genere e non, con successiva premiazione l’8 marzo, giorno della festa della donna.
Del resto l’iniziativa è in linea con un articolo della legge 107 che obbliga le scuole a inserire nei piani triennali dell’attività formativa, attività di prevenzione della violenza contro le donne e per le pari opportunità, rivolta a docenti alunni e famiglie, spiega l’onorevole Puglisi, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. La Puglisi ricorda i passi fatti per combattere il fenomeno: la ratifica della Convenzione di Instanbul, il decreto contro il femminicidio, la legge 119 per la prevenzione e il contrasto dei reati di violenza contro le donne. Ma anche quella che fornisce gratuito patrocinio a chi vuole denunciare il reato, le pene accresciute se alla violenza assistono minori, il Piano nazionale per la prevenzione della violenza di genere con l’istituzione di una cabina di regia, e la stesura di protocolli per una collaborazione attiva dei vari attori dell’azione di prevenzione e contrasto, per permettere alla donna di affidarsi alle istituzioni con più fiducia. “Conquistate, prima di un uomo-ammonisce l’onorevole- un lavoro e l’autonomia economica, perché la violenza economica-ossia l’esclusione dalla gestione delle risorse economiche della famiglia-, spesso si traduce nell’accettazione passiva della violenza contro la persona. Le denunce per stalking e maltrattamento sono aumentate ma-asserisce- le cifre possono voler dire anche che le donne hanno ora il coraggio di denunciare e si affidano di più alle istituzioni. L’azione di prevenzione coinvolge anche le università perché si inseriscano nei piani curriculari di più facoltà- quelle da cui escono educatori, psicologi,docenti ma anche altre -strumenti conoscitivi per il riconoscimento della violenza di genere, che può assumere forme meno palesi ma non meno devastanti.

La scuola come promotrice dell’educazione e il progresso civile,dunque, una scuola- secondo Giovanni Floris, che apre il convegno con il dibattito sul suo libro “Quella notte sono io” sul tema del bullismo, che è la prima agenzia formativa della persona ma su cui, purtroppo, tanto poco si investe in termini di risorse e riconoscimento dell’insostituibile ruolo dei docenti.
“La scuola- afferma Floris- deve sostenere la maturazione di un senso di responsabilità nei confronti delle differenze, che sono una ricchezza, in un’età in cui invece è più forte il bisogno di omologazione. Ma chi non si confronta con la diversità commette un suicidio culturale ed è la prima vittima di questo atteggiamento”.

Soprattutto deve aiutare i ragazzi a riconosce i propri errori e assumersene la responsabilità come momento fondamentale di maturazione. Quindi denunciare qualsiasi forma di violenza e lottare perché sia sradicata, ma soprattutto neutralizzato il sistema culturale che la sottende e le permette di manifestarsi. “Non è detto- sottolinea Floris- che il bene trionfi sul male come una sorta di happy end alla fine della storia. Il bene deve lottare per trionfare”.
Parole che colpiscono il pubblico adolescente, pronto a spendersi per il cambiamento e perché quel 14 % di ragazzi che ritiene normale dare uno schiaffo alla propria ragazza- e, dato più allarmante, quella stessa percentuale di ragazze che ritiene giusto riceverlo, cambi testa.
Un altro fenomeno su cui concentra l’attenzione Marco Valerio Cervellini, Responsabile delle Relazioni Esterne della Polizia Postale, è il cyber bullismo, e il fenomeno del porno revenge, ossia la diffusione in rete di video o foto del proprio partner, per la maggior parte ragazze, riprese in atteggiamenti intimi durante la relazione, per vendetta o per ‘gioco’; un gioco crudele dalle conseguenze incalcolabili che si traduce in reato di diffusione di materiale pedopornografico, punibile anche sui minori. E, ammonisce Cervellini, chi chiede di riprendervi mentre vi date a lui, non vi vuole bene. Uno dei diritti umani è il diritto alla privacy. Occorre denunciare per prevenire, prima che le immagini finiscano in una rete che è virale e non dimentica.