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sciopero 8 marzo
“Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni…”

Oggi, in occasione della Giornata internazionale della donna, in Italia e in più di quaranta  paesi del mondo, è stato organizzato un grande sciopero delle donne per protestare contro le forme di disuguaglianza tuttora presenti nel mondo.
Le donne hanno incrociato le braccia astenendosi dal lavoro, nell’impiego o in casa, dal consumo, hanno picchettato fabbriche e aziende, hanno partecipato a cortei e manifestazioni (i docenti contro la famigerata 107 e le deleghe). Giusto per far sentire alla controparte maschile, per sottrazione, quanto vale il loro lavoro. “Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi. Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.
 
Lo sciopero, organizzato da Women’s March, il movimento americano responsabile delle proteste contro il presidente Donald Trump dello scorso 21 gennaio, e da tanti altri gruppi di tutto il mondo, tra cui l’italiano Non una di meno, che già aveva organizzato una manifestazione il 26 novembre scorso in parte ispirata alla faccenda del “Fertility Day” ha visto iniziative diverse nei vari Paesi, ma secondo un’unica idea di fondo: lottare contro le questioni dell’uguaglianza di genere ancora irrisolte, come il cosiddetto “gender wage gap“, cioè il divario tra gli stipendi di uomini e donne
Secondo il World economic forum, a questo ritmo, ci vorranno 169 anni perché il mondo colmi completamente il divario economico tra uomini e donne.
L’Italia si trova al 50esimo posto dell’indice di Gender Gap 2016, con un punteggio di 0,72 in un intervallo che va da 0 (massima diseguaglianza) a 1 (massima uguaglianza).
I Paesi che godono della maggiore uguaglianza di trattamento tra donne e uomini sono Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Ruanda. In media in Italia, per ogni dollaro guadagnato da una donna, un uomo ne guadagna 1,92. E mentre lo stipendio medio annuo di una donna è di 24.373 dollari, quello di un suo collega uomo è di 47.184 dollari; nel nostro paese solo il 54,14 per cento delle donne fa parte della forza lavoro, contro il 73,58 per cento degli uomini. Un altro motivo dello sciopero è stato l’accesso alle operazioni di interruzione di gravidanza.
Si  è parlato anche della «trasformazione dei Centri Antiviolenza in servizi assistenziali» stabilita con un emendamento della Legge di Stabilità del 2015, che di fatto obbliga le donne che decidono di rivolgersi al pronto soccorso dopo aver subito un aggressione dal compagno, ad avviare un percorso giudiziario: questa misura è stata molto criticata al momento della sua introduzione dai Centri Antiviolenza e dalle associazioni omologhe, poiché queste donne spesso sono riluttanti a denunciare chi abusa di loro e quindi c’è il rischio che non si facciano curare e non si rivolgano ai Centri Antiviolenza. Sempre sul tema della violenza sulle donne, le scioperanti chiederanno la piena applicazione della Convenzione di Istanbul, che è stata ratificata dall’Italia ma senza un vero recepimento.
Tra le altre richieste c’è il pieno accesso alla pillola abortiva RU486, la fine dello «stigma» sulle donne che abortiscono, la fine del linguaggio sessista nell’informazione, nella comunicazione e nello spettacolo, ma anche una legge che garantisca una forma di ius soli (il diritto a essere cittadini italiani per tutti i bambini che nascono in Italia).
In generale si tratta di richieste in linea con il cosiddetto “femminismo intersezionale”, che non si limita a chiedere l’uguaglianza tra uomini e donne, ma anche quella tra le varie minoranze, etniche e di orientamento sessuale. Perché molte donne immigrate subiscono violenze a causa della cultura di appartenenza, come le mutilazioni genitali femminili (200 milioni di donne in 30 stati di Asia e Africa le hanno subite), matrimoni precoci (22 milioni di ragazze nel mondo sono sposate con un uomo adulto) esclusione femminile dall’istruzione (496 milioni di donne nel mondo non sanno né leggere né scrivere).

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