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Violenza contro le donne: l’Italia bacchettata dall’Europa

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La Corte di Strasburgo dei diritti umani condanna l’Italia per aver creato una situazione di impunità nei confronti di un uomo colpevole di violenza contro la moglie e il figlio, fino all’omicidio. E’ la prima volta per un caso di violenza domestica. E Codacons minaccia il ricorso se non saranno agenti di polizia, carabinieri e funzionari comunali a pagare le sanzioni.
Donne e violenza. Una violenza sottile, vaga, impalpabile, in Italia la donna la respira sin dal suo concepimento. Sin da quando ci si congratula ancora perché a essere concepito è un maschio e non una femmina. Sin da quando le dicono che è bella e non spiritosa intelligente, generosa. Sin da quando va in Chiesa e vede maschi celebrare la messa. E legge che partorirà con dolore su testi definiti sacri. Quando scopre che in Italia non c’è stato mai un Presidente della Repubblica donna e che le donne vengono retribuite meno rispetto ai loro colleghi uomini. O vede il padre lasciare la madre quarantenne per l’amante venticinquenne. E le pubblicità in cui a lavare i piatti è sempre ancora lei. In cui la normalità dei lineamenti non è di casa e il suo corpo appartiene alle multinazionali e ai mass media dove eserciti di maschi colonizzano l’immaginario di altri maschi e persino il suo immaginario. Quando si accorge che se a parlare è lei riceve una certa dose di attenzione, se è lui un’altra ben maggiore. Che per far carriera spesso le chiedono di entrare nel suo letto. Quando si rende conto che con la menopausa non saprà bene come definirsi: non più femmina e non persona. Che tutti, persino le altre donne, si aspettano che i figli siano principalmente una sua responsabilità, in nome della quale lei può(e deve) rinunciare a tutto, anche alla sua vita, mentre il padre può andarsene e dimenticarsene persino di avere dei figli. Quando per la strada è alla merce dello sguardo e delle parole di qualsiasi maschio che le può ammiccare e sussurrare le proposte più offensive…quando si rende conto di essere una ferita aperta, una guaina, un rivestimento, un oggetto..questa è l’atmosfera generale. Poi ci sono i casi in cui quest’atmosfera si rapprende e concretizza in una larva mostruosa e assassina.

Come nel novembre del 2016: Andrei Talpis, il muratore moldavo di 48 anni, accoltella a morte il figlio Ion, 19enne e pugnala la moglie Elisaveta, 49 anni. Quel che sembra un improvviso scoppio di furia omicida è in realtà solo la “xatastrophè” di una tragedia familiare a più atti, i cui segnali si sviluppano lentamente fino alla prima denuncia nel giugno 2012, quando la donna viene aggredita dal marito: ma in quell’occasione, la polizia si limita a constatare lo stato di ebbrezza di Talpis e i segni delle percosse sul corpo di Elisaveta. La donna viene poi assalita con un coltello: la polizia mette a verbale «porto d’armi abusivo». Nel settembre dello stesso anno, nuova denuncia per maltrattamenti, ancora senza seguito. Anno 2013: Elisaveta viene percossa in agosto. Poi, a novembre, Elisaveta chiama di nuovo i carabinieri: il marito, ubriaco, viene portato in ospedale, ma esce la notte stessa. E la mattina dopo uccide il figlio 19enne intervenuto in difesa della madre. Poi insegue Elizaveta per strada e la lascia sanguinante a terra. Come mai nonostante le denunce, al marito è stato permesso di compiere il delitto? Paola di Nicola, giudice e autrice del libro “La giudice” aveva dichiarato in un’intervista, “Non c’è ancora una coscienza culturale, sociale e politica. La donna vittima di violenze si trova in un contesto di omertà, rifiuto, negazione identico a quello della mafia, ma è sostanzialmente sola”.

Si pensi del resto che le radici culturali e tradizionali sono dure da estirpare e che in Italia la potestà maritale è stata abolita solo nel 1975 e il delitto d’onore nel 1981
La vittima tuttavia stavolta ha deciso di reagire e come al solito ha dovuto rivolgersi ad autorità fuori dei confini italiani. E la Corte Europea, a cui la donna aveva fatto ricorso nel 2014, ha bacchettato duramente l’Italia rilevando che «la signora Talpis è stata vittima di discriminazione come donna a causa della mancata azione delle autorità, che hanno sottovalutato (e quindi essenzialmente approvato) la violenza in questione». «Abbiamo presentato questo ricorso alla Corte di Strasburgo perché nella storia di questa donna ci sono tutti gli elementi di violenza ripetuta, grave e soprattutto sottovalutata e non riconosciuta», ha dichiarato all’agenzia Ansa l’avvocato Titti Carrano, uno dei due legali della signora. La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30 mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.

Perchè in Italia, nonostante la presenza di una legislazione in astratto efficace, la lotta contro il femminicidio e la violenza di genere è così fiacca e poco risolutiva? Che il nostro non sia un Paese particolarmente adatto alle donne lo dicono non solo il primo Rapporto sull’indice dell’uguaglianza di genere elaborato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza, agenzia autonoma dell’Unione europea, che ci piazza al 23esimo posto sui 27 Paesi UE, ma anche i numeri sulla violenza contro le donne: dal 2006 al 2016 le donne uccise in Italia sono state 1.740 e di queste 1.251 (il 71,9%) in famiglia, 846 (il 67,6%) all’interno della coppia, 224 (il 26,5%) per mano di un ex compagno, fidanzato o marito. Solamente nel 2016 sono state 120 le donne morte strangolate, accoltellate, bruciate. Nonostante il dati dell’Istat registrino un leggero calo del 3,3 per cento dei femminicidi, in Italia, il numero dei delitti nei confronti delle donne rimane sempre elevatissimo. Inoltre nel 16,7% dei casi, il femminicidio è stato preceduto da “violenze note”, tra cui anche lo stalking. E anche qui i dati sono sconvolgenti: 3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, sono le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno.

Questo accade nonostante l’Italia abbia adottato la Convenzione di Instanbul contro tutte le discriminazioni di genere, inasprito le pene per i reati di maltrattamento in famiglia e di violenza sessuale ed esteso le aggravanti per il reato di stalking. Inoltre, è stata prevista l’adozione di un nuovo piano straordinario di protezione delle vittime di violenza sessuale e di genere “predisposto in sinergia con la nuova programmazione comunitaria per il periodo 2014-2020”.

“Il femminicidio ha la stessa valenza culturale, sociale e criminale della mafia. Si deve pretendere dallo Stato lo sforzo dimostrato nel combattere il fenomeno mafioso” ha sottolineato in un’intervista Paola Di Nicola. “Se venisse ammazzato ogni giorno un testimone di giustizia, un pentito, lo Stato alzerebbe immediatamente la guardia, come è doveroso che sia, mentre un giorno sì e uno no viene uccisa una donna e il fenomeno sembra ineluttabile” (…).

Per scoprire davvero gli autori dei femminicidi, ma anche di tutti i reati contro le donne, per Paola Di Nicola “si devono leggere gli episodi in un’ottica complessiva e con una visione di genere”.

Come per la mafia, esistono, infatti, reati che prefigurano una violenza successiva ancora più pericolosa e più insidiosa, una escalation, come le lesioni, i maltrattamenti e le molestie nelle famiglie e nei contesti lavorativi, il mancato versamento dell’assegno di mantenimento come ricatto economico e come negazione della figura genitoriale dell’altro, gli insulti sessisti. “Come le estorsioni in un contesto mafioso anche i maltrattamenti vanno letti in maniera non episodica e parziale”.

Capacità culturale e “lenti di genere” – sostiene Paola Di Nicola – devono entrare nelle aule di giustizia perché persino lì “spesso si respira il pregiudizio di genere, che è radicato in tutti i protagonisti del processo, uomini e donne, e che si riproduce anche in alcune sentenze di assoluzione degli autori di lesioni, stalking, maltrattamenti”.
“In alcune sentenze di assoluzione – spiega la gip del tribunale di Roma – si ritiene che la donna abbia denunciato le violenze strumentalmente e, quindi, non sia credibile, salvo poi scoprire che nessuno ha offerto alcuna prova sulla strumentalità della denuncia. Nei procedimenti relativi ai reati di violenza contro le donne la valutazione di credibilità della vittima è molto spesso più intrusiva, specifica, approfondita, accertamento che non si ritrova in nessun altro tipo di delitto. Perché c’è lo stereotipo che la donna mente, che utilizza il processo per propri fini. Una donna vittima di violenze viene di frequente sottoposta nel processo a domande di accusa e difesa estenuanti nelle quali le si chiede di sviscerare i particolari più intimi della propria vita e del proprio modo di essere, approccio impensabile nei confronti, per esempio, della vittima di una rapina”.

Ma lo prevede la legge? “Assolutamente no – risponde la giudice – Molte sentenze assolvono con motivazioni che non convincono: perché manca ad esempio la certificazione medica che dimostra le lesioni oppure perché mancano testimoni. Tutti passaggi sconfessati dal fatto che gran parte dei reati che si consumano in contesti familiari non hanno testimoni – avvengono in camera da letto, in casa quando non è presente altra gente – e che la quasi totalità delle donne vittime di violenza domestica non si fa refertare le lesioni subite per paura. Talvolta in qualche sentenza si arriva addirittura a definire i lividi delle vittime come atti di autolesionismo”. (…).

Da parte delle forze dell’ordine, ancora oggi, non di rado, c’è “una sottovalutazione delle situazioni: ci sono casi di maltrattamenti che vengono liquidati nei verbali come lite coniugale.

Si trascurano poi elementi significativi come lo stato in cui era l’abitazione con piatti e bicchieri rotti per terra, mobili distrutti, coltelli lanciati o il perdurare dell’atteggiamento aggressivo dell’uomo anche alla presenza di polizia o carabinieri”.
Per la gip del tribunale di Roma, questo è lo stesso pregiudizio culturale che porta i vicini di casa a non segnalare episodi di violenze con la giustificazione di non voler entrare nella privacy di altre famiglie. Quegli stessi vicini di casa che farebbero esattamente il contrario davanti a un furto o a una rapina.” (…) “I carnefici, inoltre, colpiscono le donne, non solo perché a un certo punto si è alzato il livello dello scontro, ma proprio perché appartenenti al genere femminile di cui non tollerano autonomia e capacità”.