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Blade Runner 2049
Blade Runner 2049

“Ho visto cose che voi umani..”Chi non ricorda il leggendario monologo di Rutger Hauer, nei panni del morente replicante del primo Blade runner, e la sua disperata nostalgia di un’anima che lo strappi al destino di annichilimento degli organismi biomeccanici? Il sequel del cult dell’ ’82, girato da Ridley Scott, che ora veste i panni del produttore e affida la regia al canadese Villeneuve, si focalizza di nuovo sull’insondabile mistero di ciò che rende ‘umana’ la nostra specie. Sono passati 30 anni dall’indagine del primo Blade runner, Deckard, tra i meandri di una metropoli cosmopolita resa ancora più enigmatica e decadente dai giochi chiaroscurali e i virtuosismi olografici, grazie alle scelte visionarie di un mago della fotografia, Deakins; nel cielo grigio da cui scende quasi continua una pioggia ‘maledetta fredda e greve’, e, aggiungerei, acida, macchine volanti sfrecciano tra ologrammi erotici che esibiscono una sessualità volgare e priva di significato.

L’agente Kappa, il protagonista (Ryan Gosling ), è un blade runner a caccia dei vecchi modelli Nexus, lavori in pelle non obbedienti, che devono essere “ritirati”, per lasciare il posto ai più fidati nuovi modelli, creati dal cattivo di turno Niander Wallace (Jared Leto) che gioca a fare il dio. Un dio che decide della vita e della morte sintetica delle sue creature. Ma perché la sua brama sconfinata di onnipotenza creatrice sia soddisfatta, deve poter ‘produrre’ la vita stessa. La sua ubris si cela dietro un linguaggio biblico e l’appellativo di angeli dato ai suoi ‘prodotti’ umanoidi. Accanto a lui la sua segretaria, un lucifero al femminile malvagio e sterile, desiderosa di asservire il miracolo alla Wallace industries. Anche Kappa è uno degli ‘angeli’ assassini, finchè non gli viene ordinato di scovare ed eliminare una ‘anomalia’ prodigiosa (il miracolo) e che metterebbe a rischio tutto il sistema basato sul binomio umani dominanti-replicanti schiavi: un bambino partorito dal ventre di un automa; inizia così la quete di Kappa, che nella sua venture a un certo punto spera di poter essere assieme il cacciatore e il cacciato. Innamorato di un ologramma, che pare contraccambiarlo con un ingannevole e illusorio libero arbitrio, costretto a uccidere esseri della sua stessa specie, lento e quasi inespressivo, Kappa si mette in cerca della sua stessa anima e alla fine rintraccia Deckard (Harrison Ford in una delle sue più grandi interpretazioni), tra le rovine di una Las Vegas post-atomica, immersa in un incessante crepucolo di nebbia e luce gialla. Ma chi è Deckard per lui? Un alter ego, un ricercato, un padre?Come dimostrare le sua qualità umane? Intanto la rivolta dei replicanti contro uno Stato che vuole insabbiare tutto si va organizzando… il regista ha ricreato in modo originale le atmosfere del primo Blade runner, ampliandone gli scenari con nuovi panorami e ambientazioni sconfinate e oniriche, un antropocene dove gli ecosistemi sono crollati e in cui si aggira un’umanità a una dimensione, quella del consumo, incapace di comprendere dove finisce il reale e inizia il virtuale, mentre a rivendicare la lo spirito, il desiderio di un’anima, è proprio il replicante; l’ultima delle immagine riflesse e dei ‘prodotti’ dell’uomo che ha smarrito se stesso nei cunicoli di un’ urbe ipertrofica e post-industriale.

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