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Gens genti lupa. Conversazione con Davide Ragnolini

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Il nome di Thomas Hobbes (1588-1679) viene comunemente associato ad una visione realistica dei rapporti internazionali. Ma sulla base di quali presupposti è possibile affermare questo? E qual è la specificità della sua visione? In che modo Hobbes interpreta e giustifica il concetto di guerra e la nozione di ius gentium? E ancora: è possibile distinguere nel pensiero hobbesiano, sulla scorta di alcuni interpreti (Danilo Zolo e Hedley Bull su tutti), fra “stato naturale” degli individui e “stato di natura” degli Stati, implicitamente attenuando nel secondo caso l’ipotesi conflittualista (cioè con Stati meno vulnerabili dei singoli individui e maggiormente disposti a cooperare con gli altri attori alla ricerca di vantaggi reciproci, sia pure nel contesto di significative asimmetrie di potere e di risorse), quindi prefigurando un modello di “anarchia cooperativa” o, per usare l’ossimoro proposto da Kenneth Waltz, di “ordine anarchico”? Che ne è oggi del filone realistico del diritto internazionale che partendo da Hobbes in avanti, passando poi per Hegel e Schmitt, è infine giunto ad autori a noi più prossimi, quali Hedley Bull con la sua idea di “ordine politico minimo” (fondato su una struttura policentrica dell’ordinamento internazionale, anziché su una struttura centralizzata e gerarchica) e Stephen Krasner e Robert Keohane con la loro teoria dei “regimi internazionali”? Da ultimo, cosa lascia in eredità la filosofia di Hobbes a chi intende sviluppare un paradigma alternativo a quello globalista, all’insegna di un realismo critico e inquieto, insofferente verso qualsiasi forma di ingenuità e fuga nell’astratto, ma allo stesso tempo avverso al cinismo e alla rassegnazione per il suo carattere dinamico e progressivo?

Sono solo alcune delle questioni attorno alle quali ruota la monumentale ricerca di Davide Ragnolini, dal titolo Gens genti lupa. Thomas Hobbes e le relazioni internazionali,Rubbettino, Collana Università (Soveria Mannelli, 2021).

Si tratta di un’opera estremamente ricca e articolata, di indubbia originalità e rilevanza scientifica, capace di toccare una grande quantità di argomenti che, fra mille rimandi, si intrecciano ripetutamente nel testo senza che questo pregiudichi la sua coerenza e sistematicità.

Ma indaghiamo meglio i principali temi del libro attraverso questa breve intervista all’autore.

Perché un libro su Hobbes e le relazioni internazionali? Lo Stato-Leviatano e il diritto internazionale non sono concetti ossimorici?
Ieri come oggi, la politica internazionale non è che l’insieme casuale delle diverse responsabilità nazionali, e in buona misura lo è anche il diritto internazionale. Questa idea di un’ordine minimo internazionale – anarchico appunto – è stata attribuita proprio a Hobbes, che fece dello Stato un dispositivo di risoluzione dell’anarchia domestica. La pace degli individui all’interno dello Stato-Leviatano diventava la precondizione per la guerra all’esterno dello Stato-Leviatano. Questo paradosso hobbesiano mi ha sempre affascinato.

Il celebre politologo australiano Hedley Bull, che allo Hobbes internazionalistico dedicò un celebre articolo nel 1981, sosteneva che lo studio del malmesburiense fosse un’impresa che si rinnova ad ogni generazione di studiosi. Curiosamente, però, gli studiosi di Hobbes non si sono occupati di Relazioni Internazionali (o IR) intese come disciplina; mentre gli studiosi di Relazioni Internazionali non si sono occupati propriamente dell’opera di Hobbes. L’ambizione di questo volume è stata quella di ‘mappare’ i diversi percorsi ermeneutici su Hobbes come osservatore e interprete della politica e del diritto internazionale, dal XXI secolo a ritroso.

Il libro dedica ampio spazio ad una lettura “contestualista” di Hobbes, e presenta un’immagine diversa del filosofo rispetto a certe letture decontestualizzanti del XX secolo. In particolare quella tramandataci dalla tradizione realista delle Relazioni Internazionali (IR).
Il realismo, come rilevava Martin Wight, originariamente denotava una posizione epistemologica medioevale per la quale le idee universali hanno consistenza oggettiva reale, appunto, e non quella di puri nomi, come secondo la prospettiva nominalista. Per una singolare torsione semantica, il nominalista Hobbes si ritrovò a capo di una tradizione cosiddetta “realista” delle relazioni internazionali, per la quale esistono “realmente” i rapporti di forza effettivi e non le “sovrastrutture” ideologiche (un termine hobbesiano, peraltro!). Hobbes fu più propriamente un nominalista delle relazioni internazionali per il quale gli Stati sono antecedenti ad entità e poteri politici universali (l’Impero, la Chiesa Cattolica Romana, ecc.). Certo, però, nel gergo corrente lo Hobbes ‘internazionalista’ può essere considerato come un proto-realista strutturalista, secondo cui ogni relazione di potenza orizzontale – tra individui o super-individui (Stati) – è polemogena: in termini hobbesiani genera cioè contention (contesa). Non sono mancati tentativi, in particolare nel XXI secolo, di associare la figura di Hobbes anche ad altre tradizioni delle Relazioni Internazionali anti-realiste (ad es. liberalismo, costruttivismo). Queste letture sono però viziate da una metodologia comune alle Relazioni Internazionali: una tendenza a conferire un’astrattezza ed una coerenza “senza tempo” – per dirla con Barry Buzan – a idee e modelli teorici sulle relazioni internazionali.

Ma lo Hobbes ‘internazionalista’ fu tutt’altro che “senza tempo”. Hobbes fu un attento osservatore delle vicende internazionali del suo tempo: ossessionato dal problema securitario (temeva perfino un’invasione svedese dell’Inghilterra) ma anti-interventista in politica estera; anti-papista ma contrario ad una politica confessionale panprotestante; anti-ispanista sul piano geopolitico, ma contrario agli avventurismi dei puritani e del ‘partito della guerra’ contro gli Asburgo; nostalgico neo-elisabettiano in politica estera, come attesta l’Appendix del Leviatano, ma fedele alla politica del Rex Pacificus Giacomo I; anti-cattolico ma ammiratore della Francia di Luigi XIII; simpatizzante per i controrimostranti olandesi sul piano teologico ma ostile ad una politica filo-olandese.

Insomma, un ritratto dello Hobbes ‘internazionalistico’ non si esaurisce né nella classica immagine degli Stati-gladiatori del Leviatano, né nella stereotipata Hobsession fornita nell’ambito disciplinare delle Relazioni Internazionali. Occorre guardare ai diversi giudizi sulla politica estera disseminati dalle carte segretariali del giovane malmesburiense fino al tardo Behemoth.

Il volume traccia una genealogia hobbesiana del concetto di ‘stato di natura internazionale’. Quale fu la reazione presso i contemporanei di Hobbes a questa idea?
A suo tempo la reazione alla prospettiva di Hobbes fu stravagante: la sua idea di una ostilità naturale tra i popoli fu assimilata da Richard Cumberland all’epicureismo, e da Samuel Pufendorf a Platone. Nel XVII secolo – e in particolare nel XVIII secolo – lo Hobbes internazionalistico ebbe numerosi detrattori, ma anche alcuni sostenitori. E persino alcuni critici di Hobbes mostrarono una certa convergenza col malmesburiense sulla questione dei rapporti tra Stati, come il filosofo Robert Filmer e il giurista Roger Coke.

Altri, ancora, rigettarono l’idea di una inimicitia gentium. Nel Seicento l’olandese Lambert Velthuysen può essere considerato come il primo ‘apologeta’ dello Hobbes internazionalistico, mentre il teologo Richard Cumberland il primo critico sistematico del diritto delle genti hobbesiano. All’opera di Cumberland, che sarà a più riprese una fonte di quella – assai più celebre – di Pufendorf, ho dedicato l’ultimo capitolo del libro. Paradossalmente lo stesso Cumberland accolse l’idea hobbesiana di uno stato di natura tra popoli (o Stati), ma sostenne che questa condizione fosse socievole. Questo attesta come il costrutto hobbesiano di uno stato di natura internazionale abbia rappresentato un fortunato topos di riferimento per pensare alle stesse relazioni tra popoli (e Stati).

Un altro aspetto interessante è l’ampio spazio dedicato a Bacone come pensatore politico internazionalistico e teorico della guerra.
Sì, Bacone fu un diplomatico ancor prima che scienziato naturale e a casa Cavendish circolarono degli scritti baconiani sul diritto delle genti. Jean Barbeyrac, assieme ad altri storici del diritto di natura e delle genti, videro in Bacone un riformatore del diritto delle genti (l’antesignano del “diritto internazionale”). Su alcuni temi di fondo che ho cercato di mettere a fuoco, Hobbes seguirà le orme di Bacone: in particolare attorno ai temi del giusto timore, della guerra preventiva, e della guerra giusta per entrambe le parti (ex utraque parte) contro il monopolio dei titoli di “guerra giusta” della tradizione scolastica. Una tesi di fondo del libro è che sia Bacone che Hobbes tentarono di descolasticizzare lo ius naturae et gentium perché questo fu un formidabile strumento dell’egemonia ispanica (e controriformista) nella politica estera europea ed extraeuropea.

Non dimentichiamo che Hobbes visse in quella che – con Wilhelm Grewe – possiamo definire come l’età spagnola del diritto internazionale (1494-1648); nacque durante la «guerra fredda» ispano-inglese, e assistette a quella che Conrad Russell definì la “prima guerra mondiale”, cioè la Guerra dei Trent’Anni. Col tempo si è sottovalutato come proprio la guerra tra gli Stati nel Vecchio Mondo ispirò la famosa immagine hobbesiana dello status naturae, che è stata invece comunamente associata alla guerra tra individui nel Nuovo Mondo.

“Cosa è vivo e cosa è morto” di Hobbes? Insomma, cosa rimane oggi dell’eredità dello Hobbes internazionalistico?
Uno dei problemi teoretici di fondo del libro è il cosiddetto “paradosso dell’onnipotenza”: se cioè Dio potesse creare una pietra che non può sollevare sarebbe impotente; se Dio non potesse creare una pietra che non può sollevare sarebbe parimenti impotente. Sul piano internazionalistico, il dilemma posto dallo Hobbes è analogo: se cioè lo Stato sovrano possa creare istituzioni sovranazionali che non è in grado di ‘sollevare’. In altri termini, il modo in cui gli Stati sovrani possano legittimamente sostenere le istituzioni sovranazionali – sul piano teorico – non ha una risposta semplice. Almeno all’interno dell’architettura giuridica statocentrica dell’ordine internazionale.

Il problema di Hobbes fu quello di concepire un singolo Commonwealth, civile ed ecclesiastico, indipendente dal grande corpus della Chiesa universale cattolica. Il problema del Novecento fu inverso, cioè di edificare una (o più) istituzioni sovranazionali a partire da singoli Stati. Sono due problemi, però, tra loro complementari. Le relazioni internazionali esistono perché hanno come “oggetto” un diritto sovranazionale e come “soggetto” gli Stati: senza uno di questi termini cesserebbero di esistere. In questo senso, almeno, il problema di trasformare l’ONU o altre istituzioni sovranazionali in strumenti di governance globale rimane, ancora oggi, una glossa a margine di Hobbes.