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Ipotiroidismo e ipertiroidismo: sintomi, diagnosi e cure aggiornate

20/04/2026

Ipotiroidismo e ipertiroidismo: sintomi, diagnosi e cure aggiornate

Quando si parla di ipotiroidismo e ipertiroidismo, ci si riferisce a due condizioni endocrine molto diffuse che coinvolgono la tiroide in modo opposto, perché da un lato si osserva una produzione troppo bassa di ormoni tiroidei, dall’altro un eccesso che accelera i processi metabolici, con ripercussioni sul peso, sul cuore, sull’energia quotidiana e sull’equilibrio emotivo. Negli ultimi anni le società scientifiche hanno pubblicato linee guida aggiornate che aiutano medici e pazienti a orientarsi meglio tra diagnosi, terapie e follow‑up, riducendo il rischio di trattamenti inutili o dosaggi non adeguati.

Che cosa sono ipotiroidismo e ipertiroidismo

L’ipotiroidismo è una condizione in cui la tiroide non produce abbastanza ormoni (T4 e T3), con conseguente rallentamento delle funzioni dell’organismo: chi ne soffre riferisce spesso stanchezza persistente, aumento di peso non giustificato, freddolosità, cute secca, capelli fragili, stipsi, rallentamento del battito cardiaco e, in alcuni casi, umore depresso o difficoltà di concentrazione. Dal punto di vista degli esami, la forma più frequente – l’ipotiroidismo primario – si manifesta con TSH elevato e FT4 ridotto.

L’ipertiroidismo, al contrario, si verifica quando la tiroide produce una quantità eccessiva di ormoni, con un vero e proprio “acceleratore” sul metabolismo: perdita di peso non voluta, tachicardia, palpitazioni, intolleranza al caldo, tremori fini, sudorazione, agitazione, disturbi del sonno e sensazione di essere sempre “in corsa” sono alcuni dei sintomi più tipici. In questo caso gli esami mostrano in genere TSH molto basso o soppresso con FT4 e/o FT3 aumentati, cui possono aggiungersi anticorpi specifici in caso di forme autoimmuni.

Ipotiroidismo: cause, diagnosi e linee guida terapeutiche recenti

Nella popolazione adulta, la causa più frequente di ipotiroidismo è la tiroidite di Hashimoto, una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario produce anticorpi che danneggiano progressivamente la ghiandola; seguono, per incidenza, gli esiti di interventi chirurgici sulla tiroide, la radioterapia della regione del collo e alcune terapie con iodio radioattivo per patologie tiroidee precedenti. Non va dimenticata la carenza di iodio, oggi meno comune in Italia grazie alla diffusione del sale iodato, ma ancora presente in alcune aree del mondo.

La diagnosi si basa sul dosaggio del TSH (ormone tireotropo, prodotto dall’ipofisi) e della FT4, con eventuale aggiunta di FT3 e anticorpi anti‑TPO e anti‑Tg per inquadrare le forme autoimmuni; l’ecografia della tiroide contribuisce a valutare volume, struttura e presenza di noduli. Dal 2024 in Italia sono disponibili linee guida specifiche – redatte da Istituto Superiore di Sanità, Società Italiana di Endocrinologia e Associazione Medici Endocrinologi – che definiscono in modo più preciso quando iniziare la terapia e con quali obiettivi di TSH, distinguendo tra adulti, anziani e categorie particolari.

La terapia di riferimento per l’ipotiroidismo primario rimane la levotiroxina (T4 sintetico), da assumere ogni giorno per via orale, di solito al mattino a digiuno; le raccomandazioni più recenti indicano la monoterapia con T4 come scelta standard, riservando l’eventuale associazione con T3 (liotironina) a casi selezionati, sotto stretto controllo specialistico. Nei pazienti più giovani e senza patologie cardiache si può puntare a valori di TSH nel range centrale della norma, mentre negli anziani o in chi ha problemi cardiovascolari si preferisce mantenere il TSH verso il limite superiore, per evitare di “spingere” troppo il metabolismo con dosi eccessive.

Ipotiroidismo subclinico e personalizzazione del trattamento

Una situazione particolare è rappresentata dall’ipotiroidismo subclinico, in cui il TSH risulta aumentato ma FT4 è ancora nei limiti: qui le scelte terapeutiche non sono automatiche e richiedono una valutazione caso per caso. Le sintesi più recenti suggeriscono di trattare con levotiroxina soprattutto quando il TSH supera stabilmente 10 mIU/L, oppure quando sono presenti sintomi significativi, positività degli anticorpi tiroidei, gravidanza o desiderio di concepimento, malattie cardiovascolari o altri fattori di rischio che rendono opportuno non trascurare anche un apparente “minimo” scompenso ormonale.

In tutte le forme di ipotiroidismo, la chiave è la personalizzazione: la stessa dose non va bene per tutti, e piccoli aggiustamenti nel tempo, sulla base dei controlli di TSH, dei sintomi riferiti e dell’età, permettono di trovare un equilibrio soddisfacente. Allo stesso modo, l’idea di sospendere la terapia senza controllo medico, basandosi solo su periodi in cui ci si sente meglio, rischia di portare a oscillazioni che si ripercuotono sulla qualità di vita e sulla salute a lungo termine.

Ipertiroidismo: cause più comuni e opzioni di cura

Nel caso dell’ipertiroidismo, la causa più comune è il morbo di Basedow (Graves), malattia autoimmune in cui anticorpi diretti contro il recettore del TSH stimolano la tiroide a produrre ormoni in eccesso; seguono i noduli iperfunzionanti (adenoma tossico, gozzo multinodulare tossico) e alcune tiroiditi che rilasciano rapidamente gli ormoni in circolo. Oltre agli esami ormonali, la diagnosi può richiedere il dosaggio di anticorpi specifici (TRAb), ecografia e, in alcuni casi, esami funzionali come la scintigrafia.

Le opzioni di cura sono tre e vengono scelte in base a età, causa, quadro clinico e preferenze del paziente: i farmaci antitiroidei, lo iodio radioattivo e la chirurgia tiroidea. I farmaci antitiroidei (come metimazolo/carbimazolo o propiltiouracile) riducono la produzione di ormoni e sono spesso il primo passo nel morbo di Basedow, con cicli di terapia che possono durare 12–18 mesi, durante i quali si monitorano ormoni, emocromo e funzionalità epatica. Lo iodio radioattivo viene invece usato soprattutto nei noduli iperfunzionanti o nei gozzi tossici, ma è una possibilità anche nel Basedow recidivato.

La chirurgia (tiroidectomia totale o quasi totale) resta indicata quando la tiroide è molto ingrandita, causa compressione, esiste il sospetto di tumore, oppure quando le altre opzioni non sono praticabili o non gradite al paziente; dopo un trattamento definitivo con iodio radioattivo o chirurgia, spesso si entra in una condizione di ipotiroidismo stabile, gestito con levotiroxina. Negli ultimi documenti europei sulle patologie tiroidee, accanto a queste tre strade vengono citate anche tecniche mini‑invasive per noduli benigni (alcolizzazione, ablazioni termiche) da eseguire in centri esperti.

Diagnosi e controlli: esami, ecografia e follow‑up

In entrambe le condizioni, il percorso diagnostico ruota intorno ad alcuni esami fondamentali: il TSH come test di primo livello, seguito da FT4 e, all’occorrenza, FT3 per definire meglio il quadro, con l’aggiunta di anticorpi anti‑TPO, anti‑Tg e TRAb quando si sospettano forme autoimmuni come Hashimoto o Basedow. L’ecografia tiroidea permette di valutare dimensioni, ecogenicità, presenza di noduli e caratteristiche del parenchima, mentre in caso di noduli sospetti si valuta l’agoaspirato per escludere lesioni maligne.