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C’era una volta un pullmino per disabili che non c’era

C'era una volta il pullmino che non c'era. Parliamo di un mezzo per il trasporto degli utenti di una ASL con un bacino di 1500 persone, afferenti a due centri diurni e una comunità, un pullmino da prestarsi, da spartirsi, da giocare a morra cinese, oggi a te, domani a me,

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Roma. C’era una volta il pullmino che non c’era. Allora non c’era una volta, se il pulmino non c’era. No, no, è proprio così, parliamo di un pullmino che non c’è, il pullmino fantasma, il pullmino-chi l’ha visto.
Parliamo di un mezzo per il trasporto degli utenti di una ASL con un bacino di 1500 persone, afferenti a due centri diurni e una comunità, un pullmino da prestarsi, da spartirsi, da giocare a morra cinese, oggi a te, domani a me, no, forse, aspetto il turno, domani l’altro, magari si rompe, magari non si organizza niente, lo sai, c’è il coviddi’.
Parliamo dei servizi per disabili psichici o con gravi patologie psichiatriche I cui centri diurni sono rimasti aperti a singhiozzo,dopo i mesi di lockdown e si sono dovuti arrangiare a organizzare qualche svago, sempre terapeutico, sempre tra di loro perché non si parla mai di mescolare, i simili coi loro simili (hai voglia a dire inclusione), per le persone già gravate dal dolore esistenziale che si è solidificato nella malattia o in qualche sindrome poco ammaestrabile, e che il “tutti a casa” ha penalizzato, o, in casi estremi, spinto a dire basta, no, non ci sto, era già difficile prima ora è impossibile.
E il pullmino?

Il pullmino, questo sconosciuto, questo desaparecido, è un misero mezzo di trasporto che, lo riscriviamo, una comunità e due centri diurni si son dovuti dividere, prestare, spartire per permettere qualche uscita fuori porta per un numero esiguo di pazienti – ops!, utenti.

Quanto a dire che quest’estate una fascia assai penalizzata di cittadini è restata a casa. E sì, se teniamo presente che le piscine dove portare questi ragazzi – alcune poco più che bagnarole attufate e assolatissime, regno più delle api che dei bagnanti – accoglievano non più di 5 utenti per volta. Su 1500.

Se è questo lo stato dell’arte, non meravigliamoci del patimento delle famiglie che lamentano, da anni e anni, e ormai la rivolta è diventata una lagna impermeabile alle istituzioni, che non hanno alcun timore a protrarre queste politiche omicide (“così finisce il mondo, non con uno schianto, ma con un piagnisteo” T. S. Eliot); non stupiamoci che per questi ragazzi non ci sia non un progetto di vita, non un collocamento mirato come previsto dalla legge 92/2012, che i centri per l’impiego non funzionino nonostante le millanta procedure per arrivare alla diagnosi funzionale, che prolifichino progetti battezzati da promettenti e ingannevoli anglismi, uno per tutti, lo stranoto e inutile match, così smart da diventare volatile, inesistente, che la legge sul “Dopo di noi” sia al palo.

No, non ci è lecito costernarci se né ai sofferenti, né alle loro famiglie che soffrono per e con loro, è concessa un’uscita accompagnata da un operatore o un piccolo soggiorno e se un pullmino se lo devono tirare alla corda tre centri, 1500 utenti.
E, allora, cari committenti di risse à la carte, per fare un po’di audience, di followers, di cagnare che distraggono l’attenzione di questa società trash, aspettate fiduciosi l’ennesima tragedia per andare a pasteggiare, da quelle iene che state diventando, e sollevare il sipario sul vostro vampiresco grand guignole. Magari a bordo di un bel pullman extralusso. Che c’è.

Stefania Martani