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Concorso Ds: più di duemila ricorrenti. Il Ministero nega accesso agli atti con il placet dei 5 stelle

Volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Volevano trasparenza, rendicontazione, onestà, giustizia, finalmente. La fine della casta e della sua riproduzione per autoelezione, chiamasi cooptazione. E guarda un po’, proprio sotto il loro Governo, si assiste non solo all’attentato alla libertà personale corredato da un bavaglio imposto per legge (che in tempi non sospetti era metaforico, ma dal simbolico al reale è un soffio- di follia), ma a un principio, costituzionale, ribadito da una sequela di leggi, dalla 241/90,sull’accesso civico, al decreto legislativo 33 del 2013, fino ad arrivare al Foia, che non è pornografia, ma l’acronimo del Freedom of information act, del 2016. Insomma, come dice Manzoni, se le leggi prolificano non è un buon segno, vuol dire che quell’interesse giuridicamente rilevante non viene tutelato.

E infatti. Parliamo del concorso per aspiranti Ds, bandito nel 2017, portato a termine nel 2019, annulato dal Tar nello stesso mese di luglio per l’accertata incompatibilità di tre commissari che avevano svolto corsi di formazione a candidati del concorso in questione, uno dei quali rivestiva persino la carica di sindaco. Condizioni ostative stabilite da un Regolamento di Concorso che il MIUR si era dato con tanto di Decreto Ministeriale (138/2017) e che oggi vengono sminuite dallo stesso dicastero dinanzi al giudice di secondo grado.

Ma non è tutto. I ricorrenti denunciano marchiane irregolarità della procedura: dalla sempre più sospetta violazione dell’anonimato, per dirne una, al lavoro difforme e superficiale delle commissioni nella fase della valutazione sia degli scritti sia degli orali. Concorso per il quale si assiste, da parte del Ministero, al tentativo di offuscare tutto con cortine fumogene, a protezione di un nome pesante, potente, famoso (non famigerato); una Lucia, non dalla bellezza modesta e lombarda della sua omonima Promessa, ma procace, mediterranea, quasi incazzosa, colei che in tempi non sospetti era una semplice docente, poi componente della Commissione Cultura della Camera, e che, sic et simpliciter, partecipò al concorso, lo passó da quasi Sottosegretaria all’Istruzione, e ora da Ministro e vincitrice, si autoassume DS grazie a una selezione su cui indagano sei procure e pesa la prossima sentenza del Consiglio di Stato; che, se le norme giuridiche ancora valgono qualcosa, non potrebbe che confermare la sentenza di prima istanza. Insomma, ecco servito il paradosso burlesque da commedia all’italiana: Ministro e vincitrice di un concorso indetto dal suo Ministero. Che però è stato annullato.

La nostra, passata indenne attraverso gli strali postumi del professor Arcangeli, componente della sua Commissione esaminatrice, nonché prestigioso linguista, che non glielo mandò a dire, ma su testate nazionali la bollo’ come incompetente copiona (e allora perché promuoverla?), andando a scovare persino stralci della sua tesi di laurea e tesina Ssis; uscita fuor dal pelago di una pandemia che pur non l’ha sommersa, nonostante le deliranti teorie organizzative, e le commesse lucrose a produttori di banchi rotanti anziché investimenti in nuove assunzioni e messa a norma di istituti e aule che pur ci sono, rimane impantanata nelle sabbie mobili di una gara concorsuale che si ostina a difendere, recidendo con un colpo di spada il nodo delle polemiche e delle interrogazioni da parte di parlamentari e ricorrenti, uniti da un grido unanime: fuori gli atti! Libertà di accesso! Ma lei niente. Non risponde. Fa la gnorri. Tutto questo mentre il partito alleato pentastellato corre a pubblicare, orgoglioso e festante, come la donzelletta mannara che vien dalla campagna, quella per la legalità, la notizia dell’ottenuto annullamento del concorso a 69 dirigenti dell’Agenzia delle dogane del 2011, per palesi irregolarità di svolgimento delle prove scritte. E sventola il trionfo del principio di equità e giustizia.

Insomma, se 69 persone vengono ristabilite nei loro diritti e 2mila languono e hanno sete di giustizia, e chiedono trasparenza, la differenza la fa l’ineffabile Azzolina, e, che non se ne parli, la fa il fatto che duemila persone – che hanno perso il sonno, sudato disperatissimi su milioni di carte, cercato di contemperare lavoro, famiglia, incarichi aggiuntivi e uno studio annoso -, non pesino sulla bilancia delle notizie come la storia del travagliato esame di lingua italiana, forse comprato, di Louis Suarez. Nessuno scandalo se gli atti rimangono secretati,  manco si trattasse di documenti esiziali per la sicurezza dello Stato. Nessuno, se la richiesta del codice sorgente cineca ancora è inevasa. Insomma, oscurati dal main stream, quindi inesistenti, a più di duemila docenti non resta che volgere il viso all’alta Corte Amministrativa, perché giustizia sia fatta e trasparenza regni. Perché, giurano, covid o meno, se un non ben identificato interesse pubblico fornisse l’appiglio per una sentenza infondata, sono pronti a incatenarsi sotto al Ministero . E non solo per sé stessi, ma per la tutela dello Stato di diritto.