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Il dilemma dei social: siamo già in Matrix

Misteri e orrori del capitalismo del controllo, dove gli utenti, assuefatti a social e app, sono oggetto di una manipolazione che arriva a mutare la nozione di realtà, le nostre percezioni, la stessa struttura cerebrale. Da consumatore a prodotto, il salto è social

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The social dilemma: una verità che può essere detta.

Che la realtà non sia più, se mai lo è stata, qualcosa di oggettivo, ma venga personalizzata secondo le propensioni, i gusti, le attese degli utenti che la fruiscono tramite i social, ce l’hanno detto e l’abbiamo capito. Se n’è accorto anche un documentario su Netflix, “The social dilemma”, che sta spopolando e sconvolgendo in queste ore. Come sempre, la stalla si chiude a buoi scappati. La novità perturbante è che noi stessi, attraverso l’uso di questi strumenti digitali, veniamo impercettibilmente ma definitivamente manipolati, cambiati, guidati a pensare, scegliere, volere, così come forze immani , quelle che acquistano i nostri dati, stabiliscono. La stessa nozione di strumento si inverte: non siamo noi a decidere come e quando usarli, ma, attraverso un gioco sapiente di persuasioni per niente occulte, attuato con notifiche, like, visualizzazioni, gli strumenti diventiamo noi. Noi le batterie, noi i prodotti, assuefatti consumatori di piattaforme attrezzate in modo da riprogrammarci. Il meccanismo si chiama “rinforzo intermittente positivo”, ossia la scarica di dopamina che viene rilasciata ogni qual volta un post, una foto, un video, viene visualizzato, condiviso, approvato. E quindi questa coazione irrefrenabile ad afferrare in ogni istante il nostro mobile, che non ci abbandona mai, neppure in un tete a tete con il partner dei nostri sogni. Gli algoritmi si evolvono da soli, apprendono cosa ci piace, come la pensiamo, ma ci indirizzano inesorabili dove vogliono loro. Sono gocce di stimoli che ci rivestono dando come risultato una nuova, falsa coscienza.

Particolarmente esposta la generazione zeta, quella sulla quale il gioco dei like si è abbattuta intorno agli 11,12 anni. Più fragile, più insicura, perché tesa a modelli irraggiungibili, spesso falsati dalle enormi potenzialità di App fai da te, senza aver alcun riscontro concreto, ché quella perfezione esiste solo in un iperuranio digitale, ché non sono loro le copie, ma è vero il contrario. Come risultato finale l’enorme crescita di suicidi o ferite autoinflitte nella fascia under 15. La perfezione è un vampiro che si nutre del sangue delle ragazzine, l’autostima non regge all’urto di una social-tribù allargata a migliaia di utenti.
Come spiegare loro che chi siamo non lo decide un like, una versione bidimensionale e taroccata di alcuni momenti, che il nostro valore è qualcosa di assoluto, forse metafisico, meno che mai social?

La stessa nozione di realtà non soccorre. Ciò che Google ci propone, quando digitiamo una chiave di ricerca, dipende dall’enorme mole di informazioni che abbiamo fornito con quelle precedenti. Siamo stati profilati, abbiamo disseminato migliaia di dati, e questi sono stati ceduti. Entrano in gioco i persuasori, che ci indirizzano verso determinati contenuti. Fate la prova per credere. Leopardi sarà sempre il sommo poeta romantico d’Italia, su Wikipedia, ma non è detto che la terra ruoti attorno al sole o non sia piatta. Ne dubitammo una volta, ma you tube continua a riproporcelo . Scomposizione del reale, frammentazione e polarizzazione, tante le teste, tante le versioni, e, in questa babele dove sarà mai la verità?
Un pericolo per le democrazie-Verità va cercando, perché senza di essa la libertà, tanto cara, rimarrà in un Eden irraggiungibile: se la democrazia è governo d’opinione, la corsa alla coagulazione del consenso è anch’essa affidata ai grandi burattinai del web, che disseminano in rete milioni di fake e notizie tendenziose, e, sempre col meccanismo del l’aggregazione, registrazione e controllo dei dati, sanno cosa farci visualizzare. La questione dell’affidabilità delle fonti, e di conseguenza delle notizie, nell’era dell’informazione istantanea e GLOBALE è un problema di resilienza democratica. Quanto possono resistere le attuali democrazie all’azione erosiva della rete, capace di scatenare sommosse e influenzare i risultati di elezioni? Un esempio per tutti:un fatto a suo modo epocale, storico come l’eliminazione di Bin Laden, dato a lungo per sepolto in fondo al mare, non trova conferme fattuali perchè figlio della contraffazione. La foto dello sceicco del terrore, subito rimbalzata per i giornali e i siti del mondo intero,era finta, taroccata grazie alle tecnologie digitali. Dite che con la stessa fulminea velocità è stata sbugiardata? Certamente, ma quella foto nel giro di pochi istanti ha fatto in tempo a diventare più vera del vero.
I fatti sono fatti-Falso, ma più reale del reale: questo è il credo dell’informazione nell’epoca della post verità, e quella che resterà. Perché le notizie ormai sono foto. Anche gli articoli che ne vengono tratti. Mai come oggi i giornalisti usano aggrapparsi, con spreco di retorica, all’oggettività dei fatti ma mai come oggi questi fatti, risultano plasmabili, per dire opinabili, non verificabili, forti di una mera possibilità. Siamo all’antidemocrazia, all’informazione non più cinghia del sapere tra gli alchimisti e il popolo, ma al suo contrario: miraggi, visioni epiche, linguaggi ermetici. Ogni giornale ha il suo drappello di cacciatori di bufale, dette fake news, ma questi volonterosi carnefici della verità puntano più che altro a sbugiardare gli avversari per rendere plausibili le proprie bugie.Un fatto, una volta messo in pagina, o in rete, cessa di essere tale, ma viene appunto fatto, decostruito e rimontato via social, diventa qualcos’altro. Provate ad assistere direttamente alla scena di un omicidio e poi rivedetevela a casa, incorniciata da un monitor, condita da commenti e contesti. Ci troverete una distanza abissale. Ma la questione va oltre la contestualizzazione dell’avvenimento. Investe il suo stesso coagularsi. Oggi un avvenimento modifica se stesso mentre accade. Salta alla ribalta con la forza dell’istantaneità, ma i filtri che attraversa, in modo incommensurabilmente più veloce rispetto al passato, sono molteplici: più complessi, più invasivi. Il loro impatto è stravolgente. Questi filtri-connessioni condizionano ogni situazione fino a snaturarla. Noi sappiamo, da tempo, di come le stesse guerre abbiano mutato le loro strategie e perfino le loro tempistiche in funzione televisiva; di come la televisione privilegi l’emotività visiva alla comprensione concettuale e complessa; di come i giornalisti siano attori nello scenario, portandosi addosso redazioni personali attrezzatissime, capaci di proiettare ogni accadimento sull’intero pianeta, ma allo stesso tempo venendo arruolati dai comandi militari: è la figura del giornalista “embedded”, esistente anche in scala civile per i fatti di cronaca nera; sono le figure mediatiche dei vari programmi che spettacolarizzano le indagini e che, dall’interno, in una situazione ambigua, svolgono ricerche, influiscono su svolte investigative, fingono di credere a quelli che riconoscono già come i responsabili, aspettando il momento di ribaltare il loro ruolo. Questo abbiamo constatato nei casi di Michele e Sabrina Misseri, questo constatiamo oggi con fatti di cronaca nera più recenti e sempre più volgarizzati ad uso intrattenimento pomeridiano. Il medium (sia come mezzo che come tramite) può agevolare chi indaga, ma può anche condizionarlo. Spesso raggiunge entrambi i risultati contemporaneamente.

Torna il mito platonico della caverna. La questione dell’”Homo videns”, introdotta a suo tempo da Giovanni Sartori con l’omonimo libro, è protratta da teorici come Jaron Lanier (“Tu non sei un gadget”, “10 ragioni per cancellare subito i tuoi account”), Nicholas Carr (che in “Internet ci rende stupidi?” si sofferma sulle modificazioni neuronali, sui mutamenti dei processi percettivi e di apprendimento del cervello-mente), ed altri, affrontata anche da docenti di tecnica dei linguaggi come lo scomparso Mimmo Càndito, inviato di guerra per “la Stampa”. Tematiche, tuttavia, che per anni sono rimaste sottotraccia, discusse nella cerchia degli esperti o comunque degli addetti ai lavori et pour cause: agli albori, internet fu largamente fraintesa, la sinistra delle magnifiche sorti e progressive la salutò come un ritorno del comunismo in forma digitale (maoismo, lo definisce Lanier, pentito), la destra del pensiero distratto si accodava per i soliti complessi culturali; il liberalismo umanitario, figlio del kulturpessimismus tedesco di inizio Ventesimo Secolo, taceva o aveva voce flebile, esitante. Siamo giunti agli anni Venti del Duemila e non c’è scampo: i social rigurgitano di caos maligno, le app decretano la morte dell’individuo. Perché il punto centrale è questo, che la rivoluzione tecnologica avviene per sistemi e i sistemi non considerano l’elemento umano se non una unità numerica da controllare, plasmare, plagiare. È il pandemonio post capitalistico di cui parlava Giorgio Bocca già nel 2000, ed è una rivoluzione permanente e dissociante.

The social dilemma” racconta le alchimie dei nuovi stregoni, depositari del sapere tecnologico: per l’umano non c’è posto, non è contemplato, anzi prima affoga nell’alienazione che concorre a determinare e meglio è, come nel romanzo “The circle” di Dave Eggers. Quid enim? Siamo, si direbbe, alla fine del tempo e a un tempo che non risparmia i destinatari dei fatti involuti in notizie, anche se il pubblico non sembra percepirne le conseguenze profonde. La “oggettivizzazione” (che brutta parola) sembra pregiudicarsi proprio mentre appare più prossima. Che cosa dice, in definitiva, il documentario Netflix? Che il gioco punta ad annullare il confine tra vero e falso; siamo oltre Pirandello, siamo alla buffonata dei personaggi in cerca d’autore, anzi, di milioni di autori.
Non v’è certezza neppure davanti alla morte. Ma le implicazioni sulla verità possibile sono di gran lunga più devastanti anche perché irreversibili.

Perché “The social dilemma” dopo che una serie come Black Mirror aveva già detto tutto? Perché ce lo danno da consumare adesso, perché ci illustra la personalizzazione delle pagine, la costruzione dell’avatar, la riprogrammazione del tronco encefalico che orienta le scelte? Per la semplicissima ragione che tutto questo è irreversibile: possiamo prenderne conoscenza quanto vogliamo, ma non ci servirà a tornare indietro. Siamo cani di Pavlov, con meno intelligenza perchè l’intelligenza è mangiata dai dispositivi

Max del Papa-Stefania Martani