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Giustizialista, negazionista, buonista: il suffisso che stravolge il significato.

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Giustizialista, negazionista, buonista : basta un suffisso, un ismo contemporaneo, per stravolgere, spostare, violare e abusare il significato originario del termine.
La lingua deraglia, e invade l’altro polo, quello negativo, si rovescia nel contrario che ogni definizione porta con sè. Perchè il linguaggio, al di là di ogni speculazione, di ogni teorizzazione, è costruzione umana che rispecchia la condizione, lo spirito del tempo- che oggi è quello dello stravolgimento, della semplificazione che scade in mistificazione. Il dissesto del significato a favore del puro significante. E, sì, siamo tutti -chi più chi meno- responsabili, chi detta l’agenda e chi le si consegna, passivo, conforme; stordito da un continuo cinguettare di twitter assassini.
La neolingua stravolge il significato, in funzione della contingenza politica. Eccone gli esempi.
Populismo: è, in origine, un movimento culturale che si affaccia in Russia a cavallo tra i due secoli, vede Tolstoj fra gli esponenti di punta, serve a difendere istanze popolari contro lo zarismo: oggi, magicamente, incomprensibilmente, è sinonimo del peggio offerto dalla propensione umana in politica, serve a identificare la falsità, la chiusura, l’appellarsi in modo strumentale al popolaccio, connota l’arrivismo cinico di matrice conservatrice o reazionaria. Esiste anche un populismo di sinistra, tuttavia più accettabile, ma non è questo il punto, il punto è che chi oggi si farcisce le fauci del termine populismo non ne sa niente e non sospetta di intendere l’esatto contrario di un precipitato storico, culturale. Dite che la lingua muta con gli uomini, che bisogna accettare il cambiamento di sensibilità: e no, la lingua è anche il modo di catalogare,immagazzinare il mondo e l’esperienza e se la lingua è ideologicamente trattata, allora anche le nostre categorie sono falsate e il nostro cogito è inquinato alle radici.
Giustizialismo: anche questo termine è il risultato di un’ involuzione e, da sottoideologia peronista, dell’autarca argentino Peron, fra nazionalismo e riformismo conservatore, è passato in fama di aspirazione alla forca, alla ghigliottina, alla giustizia sommaria. Giustizialismo per dire la soluzione rude, diretta, facile, il giudizio apodittico e apocalittico, la condanna senza processo; anche la commistione, torbida, col potere giudiziario che nutre l’informazione, la quale lo scorta, lo blinda. Giustizialista come fanatismo da taglione; e così va a farsi friggere la sacralità dell’ideale, quello che vuole beati i giusti, e quelli che hanno fame e sete di giustizia, che quell’ismo annichilisce, sbeffeggia, svergogna. Come se fosse colpa aspirare alla giustizia, a una società dove i giudici non accusino di omicidio preterintenzionale -ossia accidentale, ops, un passo falso, un terribile malinteso, una svista-quattro barbari assassini (di cui uno, già ai domiciliari, a lavarsi le mani lorde di sangue ancor fresco), dove esista e regni la giustizia, reale, umana, non quella dei cavilli, non quella dei magistrati che decidono in ragione della convenienza. E non è così, è che quattro balordi di mestiere mettono in conto di uccidere un ragazzino a mani nude e di fatto lo uccidono: non c’è niente di più volontario, ma l’equivoco serve a risparmiare danni ai carnefici Buonismo (perdonismo?)
Anche il perdono, che è una tensione irrisolta e sovrumana, al limite del metafisico, è diventato perdonismo, sorta di attività narcisistica, di osceno embrassons nous (volemose bene) che spalanca le porte della notorietà condivisa, della penetrazione mediatica e istituzionale tra vittime e carnefici a braccetto, stretti in un laido abbraccio.
Negazionismo: non già una attività perversa con cui rifiutare l’evidenza storica delle atrocità dei lager, l’Olocausto, quanto la volgarità con cui stigmatizzare chi non si consegna alle incerte e a tratti deliranti politiche sanitarie del governo, alle prese con una pandemia tuttora discutibile, misteriosa. Il negazionismo come passepartout per soffocare qualsiasi dissenso, per tacitare ogni voce, applicato alla miseria di una mascherina ossessiva. Signori, un po’ di serietà!
Il negazionismo è cosa troppo seria per lasciarla ai virologi da talk show o agli zdanoviani dell’ortodossia governativa – così come, si intende, ai fanatici del “no” a tutti i costi, per qualsiasi emergenza, in qualsivoglia contesto. La neolingua siamo noi, arresi, consegnati all’equivoco-matrioska: uno stravolgimento dentro l’altro. Volonterosi carnefici di noi stessi, abbiamo deliberatamente rinunciato a capire per capirci; la nostra attenzione è quella dei moscerini, non va al di là di un tweet, di un titolo, di un occhiello e su questi amiamo scannarci in una polemica forsennata e svuotata, sterile di ogni aderenza ad ogni realtà.
Siamo individui sproblematizzati, che complicano tutto.
Ci lasciamo ostaggi di una neolingua afasica, mai così deprivata; e quando la realtà presenta il conto, mettendoci di fronte alla nostra tragica condizione di individui alienati, che senza tregua scambiano fonemi che non s’incontrano mai, niente più che segnali che scivolano sulle lastre di vetro che siamo, non ci resta che risolvere la questione sfregiandola non col rasoio di Occam ma con quello della nostra insofferenza sterile: “Ahò, che palle!”.
Max Del Papa