Home Cronaca Schizofrenia Facebook: oscura immagini di bambini africani malnutriti

Schizofrenia Facebook: oscura immagini di bambini africani malnutriti

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A questo punto è ufficiale: Facebook ha perso totalmente il controllo, ha completamente tradito le premesse iniziali della sua creazione, quelle di essere uno strumento di condivisione democratico, per diventare un social controllato da una manica di schizofrenici salottieri benpensanti, all’occorenza razzisti a modo loro, che filtrano le immagini basandosi su target socio-economici standardizzati fondati su ricchezza, benessere e gattini.
Praticamente impossibile pubblicare qualsiasi post o foto di qualsivoglia contenuto sociale, perché Facebook li cancella a sua discrezione, senza valutarne i contenuti. L’ultimo caso di ordinaria follia mi vede protagonista, per l’ennesima volta, di un ulteriore blocco del mio account per 30 giorni, per aver pubblicato una foto risalente al 2011 (perché gli zelanti algoritmi, o controllori umani, vanno anche a ritroso nel tempo) di bambini africani scheletrici, a testimoniare l’orrore della malnutrizione che colpisce i paesi più poveri, foto classificata da Facebook scena di nudo e atti sessuali. Roba da inquisizione.

La faccenda tocca apici di paradosso se consideriamo le giustificazioni addotte da Facebook per la mancata collaborazione con la polizia postale italiana sui casi di diffamazione aggravata che spesso sfocia nel bullismo: Facebook non permette l’acquisizione di dati relativamente al reato di diffamazione previsto e punito dall’art. 595 del Codice Penale italiano. Le motivazioni addotte sono quasi surreali:”La società Facebook Inc., per il predetto reato, non hai mai fornito quanto richiesto “ai sensi del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti D’America [per il quale] la libertà di parola gode di un regime privilegiato e nessuno è perseguibile per l’esercizio di tale diritto a prescindere da quanto possa essere sgradevole, offensivo o molesto il contenuto veicolato”. Libertà? Ma ci stanno prendendo per i fondelli? Di quale libertà di parla? Ad oggi sono stata bloccata per aver scritto le parole “scimmia” “idiota” “analfabetismo” per aver pubblicato una foto con scritte razziste ed antisemite su un muro contro la quale avevo manifestato il mio dissenso.

Le ipotesi più terrificanti che George Orwell aveva previsto nel suo famigerato libro “1984” in cui il Grande Fratello voleva esercitare il totale controllo della società attraverso i suoi metodi coercitivi ed antidemocratici, le ha realizzate Zuckerberg con questa sua mostruosa creazione.

Facebook vaglia, censura, impedisce qualsiasi contenuto appena le fa comodo e non, attenzione, sulla base di presupposti oggettivi quanto squisitamente arbitrari, ovvero improntati alla nuova dittatura morale – e mentale – del politicamente corretto: scritti, immagini, fino alle manifestazioni artistiche più conosciute e riconoscibili, vengono rimossi senza spiegazioni e con la sospensione dell’account.

La casistica è ormai sconfinata, ma non per questo – anzi – meno allarmante: al contrario, si amplia di giorno in giorno, fino a raggiungere colmi di totale irragionevolezza. Succede che si venga bloccati in ragione di un cognome che a Facebook suona sospetto (“Negro”, “Papa”), che un contenuto di denuncia di contenuti razzisti o violenti sia stoppato (con ciò raggiungendo il risultato opposto, soffocare la denuncia e lasciare intatto il contenuto offensivo), che una normale, innocente polemica tra utenti venga inibita con la punizione non del più aggressivo, ma di chi si difende. Facebook, si tratti dei suoi famigerati algoritmi o di chi, a monte, li maneggia – non opera una selezione ragionata del contenuto, agisce in automatico, fomentato da zelanti segnalatori in funzione di spia.

Ne esce una clamorosa contraddizione dei princìpi di libera espressione e di condivisione cui Facebook sostiene di ispirarsi. Non basta: ad aggiungere alienazione a frustrazione, sta il fatto che i criteri, da Facebook pomposamente ricondotti ad una “politica aziendale condivisa”, sono in realtà del tutto vaghi, imprecisati, escatologici secondo la religione di Menlo Park: in altre parole, nessuno sa con certezza cosa poter sostenere o scrivere sulla piattaforma: tutto è nelle mani di controllori che nessuno ha mai visto, al punto che si dubita persino della loro stessa esistenza. Una condizione più simile a quella di certi regimi totalitari che di una moderna democrazia fondata sulla condivisione. In altre parole, siamo qui per esserci; per essere venduti in tutto il nostro pacchetto di dati e di contenuti. Niente altro, niente di più.