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Scuola post-coronavirus. Cronache dall’apocalisse mediatica

Questa benedetta maledetta scuola pubblica è una fetta di carne nel sandwich, stretta fra esigenze aziendaliste e ricorrenze stataliste.

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Eccoli lì, che entrano a scaglioni e distanziati, il volto coperto da mascherine fashion, dalla anòdina chirurgica alla ultimo modello griffata, la nostra sana gioventù italiana.
Ed eccoli lì, gli impavidi docenti che come soldati in trincea provvisti non di elmo ma di plexiglas facciale, affrontano a testa alta e sguardo fermo, il terribile virus che ha stroncato vite ed economia ma non la scuola. No, la scuola no. Perché la scuola, dice il Governo, sbandierando il suo successo organizzativo, riparte.

La scuola è resiliente. La scuola si adatta a tutte le smanie riformistiche dei ministri che si avvicendano, spesso a stretto giro, qualche mese, mossi tutti da questa coazione al cambiamento, per lasciare, come le stelle di Hollywood nel walk of fame, la loro impronta nella Storia, manco fossero Gentile.
E la Azzolina, la Ministra in conflitto di interessi (si è autonominata o derubricata a Dirigente scolastica, per tenersi al sicuro, un posto caldo per il Futuro) ha fatto di più.

Ha inventato la scuola semovente, la scuola a rotelle, la scuola trasparente come la casa di vetro di Perela’. Così, finalmente, quelle iene dei docenti verranno guardati a vista. Per colpa o grazie al virus, ecco che arriva la prima infornata di banchi rotanti modello sette nani, dove, forse, solo i più piccoli potranno sedersi.
E tra mascherine, distanziamento , did e dad, linee guida deliranti fino al fate un po’come vi pare, gli ultimi a dire la loro sono proprio quelli che a scuola ci vanno, i ragazzi, frastornati, impauriti, incerti, disorientati. A cominciare dallo smembramento della classe in due gruppi, cosa che masticano storto, perché magari l’amico del cuore si trova nell’altro scaglione e allora sarà un rincorrersi di amicizie destinate a scorrere parallele.

Una cosa è certa:il messaggio è passato, appaiono, almeno a prima vista, abbastanza terrorizzati, insomma ce l’hanno fatta a trasformare la gazzarra dell’uscita in una sfilata ordinata e quasi silenziosa, modello Cina.
Cosa resta? A parte la filastrocca melensa della scuola che cambia il mondo, che è risorsa del paese, che sforna giovani che sono “il futuro”, eseguita con maestria dal direttore d’orchestra Conte e seguita a ruota da tutti, dall’Azzolina rotante alla pletora di scrittori, rapper, influencer assurti al rango di opinion leader, restano gli insegnanti già terrorizzati – e giustamente dopo mesi di tam tam orrorifico- genitori disorientati, gli alunni indottrinati.
Telegiornali militanti di stampo Istituto Lvce intervistano poveri fanciulli stramazzanti sotto la mascherina e, invece della tabellina del sei, gli fanno ripetere le linee guida; e quelli, robotizzati: “Mettere sempre la mascherina-non toglierla mai neanche al bagno-restare distanziati-igienizzarsi ogni cambio ora”. Terribile, par d’essere già in Cina.

Viva la scuola, nuovo inizio, nuova esperienza, o, come ha detto l’incredibile Arcuri, infilato anche lì: “Una nuova emozione”. Davvero? Chi scrive ha ricevuto alcune chat via whatsapp tra studenti e professori: un delirio, una isteria generale, “ma a noi quando tocca?”; “Ma quando entriamo noi della IV B?”; “Ah non ci ho capito niente”; “Ma non era giovedì???”; “Ma cosa? Ma io sono già esaurita!”. Seguono risate scomposte e anche improperi, e qualche parolaccia. Dagli torto. Emozioni sì, ma di quelle che mandano all’ospedale con un ictus. E non è colpa del Covid, la scuola era un disastro già prima, dissestata a ondate da cicliche riforme, dal proliferare di sigle, acronimi scioglilingua, dalla velleità del progettarismo sterile, da un’apertura al privato e al mercato risolta nel peggiore dei modi, non in cooperazione ma in completa resa, riducendosi al ruolo di diplomifici: lo sanno tutti che la parola d’ordine, ovunque, è lasciar fare, lasciar passare e promuovere anche gli zucconi, che se no vanno tutti da un’altra parte.

E i professori tenuti a obbedire o a patire. E i presidi mollati al loro destino come giapponesi nella jungla. E i ricatti delle famiglie se osi imporre un minimo di disciplina. E le spedizioni punitive per una nota o un voto basso. E questo continuo ammiccare, vergognoso, indecente, ad ogni pretesa o pulsione adolescenziale. Fino al capolavoro delle università che invitano a parlare Chiara Ferragni e Giulia de Lellis, la blogger che scrive libri senza aver mai letto una pagina. Orgogliosamente. Poi, naturalmente, col Covid l’orgia del potere retorico ha dato il peggio: aule che non ci sono, spazi che non si sa come ricavare, mascherine ballerine, dulcis in fundo la didattica smart, da casa, che è pura alienazione e nessuna trasmissione.

Questa benedetta maledetta scuola pubblica è una fetta di carne nel sandwich, stretta fra esigenze aziendaliste e ricorrenze stataliste; nessuno vi si raccapezza più, ma non è vero e non è vero e non è vero che i prof siano lavativi dediti al vittimismo: al contrario, sono i più logorati, confusi e maltrattati da questo sfascio che affonda in sabbie mobili di retorica. Sono cirenei. Meritano tanta comprensione, tutto il rispetto che non sappiamo dare loro.
Max Del Papa Stefania Martani