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La scuola scardinata: cosa è diventata la scuola dell’autonomia

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La Did, figlia della Dad, nipote dell’aula virtuale e dell’apprendimento a domicilio, è l’ultimo parto non del Covid ma del processo che, dall’autonomia scolastica in poi, ha portato alla distruzione della scuola pubblica; un dissesto che, more solito, si cerca di coprire con un sapiente camouflage retorico, nel senso di uno svecchiamento dei “saperi”, un arricchimento dell’offerta formativa, un’attenzione più mirata sull’inclusione, che dai Bes ai Dsa si dilata a comprendere, attraverso particolari linee guida: i migranti di prima e seconda generazione, i rom, i ragazzi adottati, quelli che praticano uno sport agonistico e un milione di eccetera, per permettere a tutti, ma proprio a tutti, di godere dell’offerta formativa. Detto così è bellissimo. A starci dentro di oro ce n’è poco, e non luccica affatto.
Inclusione alias personalizzazione — quella degli apprendimenti, realizzata attraverso i piani di studio ad hoc, o pdp, è più una sapiente coltura di acronimi e produzione industriale di scartoffie burocratiche, digitali e non, che un effettivo intervento di strategie didattiche su misura; dopo essersi messi al sicuro (e aver messo al sicuro il Ds) da eventuali ricorsi con un bello scartafaccio, sono assai pochi i docenti che, a parte le misure dispensative o compensative che dir si voglia, sanno realizzare una didattica mirata alle particolari modalità di funzionamento di un dislessico o discalculico, così da permettere a questi particolari alunni di raggiungere quell’eccellenza che molti di loro potrebbero doppiare. Perché i docenti, quelle strategie non le conoscono.

Non sono formati, a meno di non aver frequentato master specifici. Sì, ci sono gli insegnanti di sostegno, gli assistenti alla comunicazione, ma per quante ore? Insomma, tutto si risolve abbassando le aspettative, con gran sollievo delle famiglie e dell’alunno, ma al prezzo di un danno sottaciuto e non percepito, se non forse a posteriori, alle tante potenzialità dei discenti, che non fioriranno mai.
E questo è uno.

Fatta fuori la bella fola della personalizzazione – una vera e propria presa per i fondelli mentre si procedeva al taglio delle cattedre e alle classi-stie per polli- vediamo cosa resta dei contenuti.

Questi ultimi sono i grandi assenti dalle agende europee che continuano a blaterare di conoscenze, abilità e competenze, in contesti reali. Quando andavo a scuola, la prima preoccupazione dei docenti era proprio quella di trasmettere concretezza, nel senso di un apprendimento di nozioni, concetti, saperi,che poi a metterli in pratica, ci pensavamo noi. Noi studenti. Perché una volta che qualcosa si sapeva, il passaggio alla competenza era pressoché automatico. Non basta.
Il tempo da dedicare ai contenuti è corroso da quella quota di flessibilità utilizzata da una parte per i ptco (che non è la traduzione grafica di uno starnuto ma il nuovo nome per alternanza scuola lavoro; chissà perché quando la scuola viene riformata in peggio ci si affretta a creare nuovi significanti…), dall’altra per i progetti di cui ogni scuola che voglia essere appetibile dalla potenziale utenza, si affretta ad arricchire i ptof (non un colpo di tosse ma il piano triennale dell’offerta formativa, vale a dire progetti che rendono appetibile un istituto sul mercato). Tutte macchie del giaguaro che non fanno il giaguaro.

La scuola-azienda che deve reclutare iscritti (pena il taglio delle classi e delle cattedre e per il Ds il mancato raggiungimento degli obiettivi, quindi niente bonus) si riveste, come palline su un albero di natale, di tanti progetti che tolgono ore agli insegnamenti, e, spesso, non sono neppure coerenti con quelle che sono la Vision e la Mission (consigliato sottofondo musicale di “I believe I can fly”) dell’istituto.

Perché la scuola dell’autonomia, la scuola azienda deve aprirsi al territorio, all’utenza, deve essere competitiva, deve stabilire reti, collaborazioni, partnerariati con gli stakeholders (e povero Dante, e poveri noi!), reperire fondi; in altre parole la scuola deve far di conto e render conto, ha da esser accountable, ossia pubblicare il redde rationem dei risultati.
Questa apertura, questa democratizzazione che vede le famiglie come soggetti attivi (e spesso intrusivi) insieme ad enti, associazioni e tutto il resto, porta all’enorme pressione che da qualche anno, troppi, si esercita sulla scuola pubblica da parte della società civile; una tensione che ora, nell’era Covid, è riuscita a sfondare l’ultimo baluardo dove il miserrimo docente cercava di trasmettere qualcosa: la classe, gli alunni, uno spazio chiuso dove non si perpetravano soprusi, ma si creavano relazioni, partecipazione, condivisione di saperi. Poveri docenti, ancora aggrappati alla zattera dei contenuti, ai lacerti sparpagliati dei concetti.

Poveri prof, consapevoli che se si sviluppa senso critico e consapevolezza, allora tutti i progetti di prevenzione – manco ci si trovasse in una sezione di Rebibbia – magari non sono proprio utilissimi. Magari a toccare il tasto dell’empatia, della comprensione, dell’arricchimento delle conoscenze, i ragazzi ci arriverebbero da soli. Magari, anche se il biennio superiore è ancora dell’obbligo, non è che devo regalare le promozioni.

Che se una materia nel curriculo conta solo due ore a settimana per il primo biennio, non è che “la faccio o non la faccio è lo stesso”. Che i saperi minimi non devono essere ridotti proprio all’osso. Che le famiglie non devono far pressione da una parte, scavalcando il docente, stringendo un’alleanza distruttiva con il dirigente, a favore (in realtà a futura devastazione) dell’ alunno, cosicché il povero insegnante- sandwich non sa a che santo votarsi. E se ha avuto l’avventatezza di sposarsi senza poter contare su un tesoretto di riserva, il suo cerchio si chiude a spirale: la fila alla Caritas è già dietro l’angolo.

Insomma, la scuola dell’autonomia, ora scuola dell’era covid, ha definitivamente sancito che la nostra categoria è oggetto di sospetto, controllo, supervisione da parte di famiglie, dirigenti, ispettori, controllori, telemolestatori, giornalisti saccenti e rompiscatole (che con l’abolizione della quarta parete forse vedranno un’aula, finalmente), ecc. E la Did, la trasparenza assoluta sotto gli occhi del Big Brother, renderà la nostra professione sempre più aperta, più pubblica, più sanzionabile da chi dovrebbe lasciarci fare il nostro mestiere e insegnare ai figli un po’di educazione. Laddove tutto questo progettificio non è altro che un tentativo di sopperire alla fine della famiglia e sfornare ignoranti con competenze o minime o talmente specializzate, che, a parte una cosa, e solo quella, non sapranno niente. Vale a dire il popolo dei followers.