Home Cronaca Se un concerto diventa un incubo. Follie da coronavirus.

Se un concerto diventa un incubo. Follie da coronavirus.

Andare a vedere un concerto ai tempi del coronavirus è diventata una follia. Si è arrivati addirittura alla violenza fisica per far rispettare delle norme assurde. Ecco cosa è successo al Parco della musica a Roma durante l'esibizione di Max Gazzè.

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Max Gazzè

Cosa siamo diventati? E cosa ci aspetta se quello che sembrava impossibile solo pochi mesi fa oggi diventa la regola?
Seguitemi, non crederete a cosa state leggendo e invece è tutto vero. Tutto sulla mia pelle.
Roma concerto di Max Gazzè 2 luglio scorso. Entriamo al Parco della Musica vincolati da norme anti coronavirus che hanno già dell’assurdo, la mascherina obbligatoria all’aperto quando neanche il DPCM lo prevede: inutile, dannoso per chi le subisce e per la stessa reputazione del luogo.

C’è il tassativo distanziamento sociale, posti numerati secondo prescrizioni governative ma neppure per raggiungerli è lecito togliersi il bavaglio: che senso ha? C’è una sorta di barriera, di confine convenzionale tra posti a sedere e punto di ristoro: di qua si può consumare, anche in gruppo, anche assembrati, e naturalmente senza la maschera; seduti al proprio posto diventa impossibile, guai a portarsi appresso una bibita o un pacchetto di patatine. Che intelligenza, anzi che intellighenzia è quella che impone raggruppamenti per rifocillarsi piuttosto che consumare ciò che si è comprato al proprio posto, per il quale è stato pagato un biglietto, opportunamente distanziato dagli altri posti? Fra l’altro concerto mezzo vuoto: 500 posti a malapena su 4000 anche se l’ingresso è permesso a massimo 1000 persone.

Ma il bello, si fa per dire, deve ancora venire: verso la fine del concerto, proprio sulle note dell’ultima canzone di Gazzè, la persona che mi accompagna va al bar situato in galleria a due metri da noi, compra una birra si mette al suo posto e me la offre.
Mentre stavo bevendo, si avvicina con fare minaccioso una ragazza addetta alla sicurezza, giubbottino arancio fluorescente, di cui a fatica apprendo il nome: Carmen: si mette a sbraitare come in preda a crisi isterica, mi ripete che lì non potevo bere, mi strattona cercando di strapparmi il bicchiere di bocca e la bevanda finisce sul vestito. È matta? Chi le dà il diritto di intervenire sulla mia sfera personalissima, sul mio corpo? In nome di cosa, di quale potere presunto sta violando un mio diritto fondamentale e non trattabile? In base a quale mio reato? Se deve essere così allora non organizzateli i concerti.

Ma non è dato conoscerne le generalità, rifiuta di rivelarle, sulla divisa non sono specificate, non c’è neppure il nome della società per cui agisce e non mi resta che lamentarmi col superiore, il responsabile capo: quello mi risponde che non avrebbe adottato alcun provvedimento, anzi rassicura la dipendente, la tutela ostentatamente. Una vergogna.

E’ una violazione plurima, perché io ho il diritto di sapere chi sta abusando in modo così palese, così invadente delle sue prerogative, per legittimate che siano. Ma nessuno, ripeto nessuno può permettersi di mettere le mani addosso a un libero cittadino perché tiene in mano una bibita. Che cosa siamo diventati? Che cosa siamo destinati a diventare? Che altro dovremo rassegnarci a subire?

Non sono tipo da lasciar correre e darò seguito a questa mia protesta, perché quello che è successo a me non deve capitare più a nessuno. Perché dopo un concerto all’aperto quale sarà la nuova frontiera di polizia, per giunta improvvisata? L’intrusione per strada? Nella propria automobile? Nelle nostre abitazioni? Qual è il limite, se un limite ancora c’è?

Daniela Martani