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Maestri di morale à la carte

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Settembre, La7, riprende puntuale Otto e mezzo, la trasmissioni della Gruber.
Si parla di insulti, strattoni, odio. Ospiti, tra gli altri, Carofiglio e la Schlein: spiegano che odiare è brutto, che l’odio fa male.
Tutto bene, tutto giusto. Il clima che si respira è pesante, la violenza online e nella vita è frequente. Lo vediamo ogni giorno.
Eppure, qualcosa in me non comprende. Non comprendo perché persone che nulla sanno di me, della mia storia, del mio vissuto, debbano entrare nell’intimita’ della mia casa e spiegarmi come si vive, cosa è giusto.
Questi predicatori senza una teologia, questi autoproclamati maestri morali non propongono, a ben vedere, l’amore, un’esperienza totalizzante della vita, del suo mistero, un incontro autentico con sé stessi.
Nel loro vocabolario c’è l’invito a non odiare, l’importanza della diversità, della tolleranza. Cose belle e di valore, più che giustificate dai tempi, specie alla luce delle ultime atrocità (l’omicidio di Willy).
Ma perché, a quasi 45 anni, dopo tanti errori e cadute, dovrei credere che l’amore è questione di buona educazione, che una volta eliminati gli atti di intolleranza spariranno quelle relazioni economiche e sociali che li hanno prodotti, quella alienazione che spinge miliardi di persone ad alimentare industrie del divertimento e della distrazione?
Perché le forze culturali che una volta contestavano quel sistema che ha condotto il pianeta al collasso, sono oggi gli alfieri della convenienza, innanzitutto economica e materiale, del rispetto dell’ambiente, e di quella, meramente fisica, del rispetto degli altri?
Questi predicatori sono in una terra di mezzo. Loro non hanno incontrato il Cristo che sconvolge la vita, o la meditazione che dona la pace più profonda, i bambini dell’Africa con cui giocare o quelli di Tor Bella Monaca da riscattare dall’esclusione.
L’impatto con la vita reale è affidato per loro alla politica, ovvero a un mestiere come gli altri, soggetto allo scambio e al mercimonio. Infatti, poco dopo, il discorso è passato alla politica, trattando, guarda un po’, le risorse monetarie del Recovery Fund.
A loro basta che ci si comporti bene, che non si manifesti l’odio. Che poi tutto sia merce – il lavoro, le competenze, il diritto all’abitazione-, che la diversità e il pluralismo di cui parlano facciano riferimento solo a dati esteriori – fedi, colori, gusti -e che questo tralasci ogni discorso pubblico su ciò che accomuna questi corpi mortali – una dimensione interiore ed eterna, una verità da cui discende ogni morale autentica, un destino alto-, per costoro non ha alcuna importanza.
L’odio è il male del nostro tempo. Ma guardare alla superficie, per continuare a pretendere di amare, di poterlo fare, senza aver posto a se stessi la domanda su chi si è, non è molto meglio.
Non odiare e non voler falsamente amare, in questo scontro fra tifoserie, garantisce che si resterà soli o in pochi. Ma credo sia un prezzo giusto. Credo inevitabile.

Marco Senatore