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Vip per caso, vippi per rabbia

Vippo/Vippa non si discute, si ama. Ma, a un certo punto, questi vippi e vippe debbono avere realizzato che la sollevazione spontanea non bastava più, ci voleva una autentica chiamata a raccolta, come quelle di Gregorio VII o Urbano Ii a difesa del Santo Sepolcro. Contro gli incauti isolati guerriglieri che non la pensano come loro. Fino a seppellirli via terzi d'insulti. Ad onore e gloria del dibattito democratico

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Non ci sono più le stelle di una volta, le very important person, i vip. Ora ci sono i vippo/vippa. Legenda: il vip era un tempo un’entità mitologica che riempiva di sè le cronache degli umani, ma risultava inafferrabile e ineffabile, una presenza assente che non si mescolava, come Liz Taylor, Gianni Agnelli o Brigitte Bardot. Oggi il vippo/vippa è invece immanente, figlio dei suoi social, sta dappertutto e, definitivamente, rompe i maroni anche se a frotte lo “seguono”. Qualcosa, insomma, di più terra-terra, tipo le coppie influencer che impostano un figlio come un piano quinquennale. Ora, questi vippi/vippe usano molto lamentarsi della celebrità, vale a dire di quelli che li odiano, li diffamano in rete, non li lasciano vivere, salvo glissare regolarmente sul recto della medaglia e cioè le schiere di seguaci mandati allo sbaraglio per le loro crociatine, le loro guerresantine.

“Obbedisco”, telegrammò Garibaldi al generale La Marmora che gl’intimava di darsi una calmata. “Obbedisco!”, cinguettano le maestranze che, di professione, seguono i vippi/vippe, i quali li incitano a non star calmi per niente, a scatenarsi. È una sorta di mutazione antropologica: fino a qualche tempo fa il vippo/vippa di turno, aggredito da critiche irriguardose, poteva limitarsi a sbandierarle, giocando di sponda, facendo leva sul vittimismo empatico: avete visto, sono famoso ma resto umano, me ne dicono di ogni. E il messaggio, benché implicito, era chiaro: aiutatemi, sono un povero diavolo come voi. Così i fan partivano, tastiera in resta, come ti sei permesso, pensa ai casi tuoi, : e partivano i Cavalieri e la povera gente. Una dimostrazione di potenza indiscussa, di autorevolezza in grado di schiacciare sul nascere qualsiasi malintenzionato.

Così è scattata l’invocazione, ormai diffusissima e in sé piuttosto oscena: “Mi aiutate a segnalare il tale molesto?”. “Fatto!” rispondono pronti i social-automi, quelli che come primo lavoro, e anche secondo e terzo, stanno in rete, proni e pronti ad ogni desiderata pontificale. “Fatto!”, e ti resta sempre il dubbio che, più che il compito eseguito, stiano confermando il loro stato psicotropo. Sempre all’erta, sempre agli ordini, drogatissimi del più flebile riscontro dal vippo/vippa, che però non viene mai. Perché il vippo/vippa ha altro da fare, dopo avere indetto l’ennesima crociata pro domo sua deve rotolare da un talk show a una radio, da una presentazione di un libro (in cui presumibilmente parla male di altri vippi/vippe già frequentati) ad un blog, un articolo, un intervento, un altro scazzo, una nuova crociata, sempre pro domo sua. Così, il vippo/vippa che gioca molto sul vittimismo strategico diventa insindacabile, inaffondabile, indiscutibile, perché alla minima critica ti spedisce contro la formidabile arma di distruzione di massa, un drone a grappolone di followers. E i violenti alcoolisti da osteria digitale sono come l’Oceano di Lucio Dalla, non li puoi fermare, non li puoi recintare. Il vippo/vippa già lo sa e allora ne approfitta.

È la legge della democrazia mafiosa, anzi peggio, perché la mafia recluta picciotti nel prato basso della malavita più o meno spicciola ma che lavora pur sempre per un committente inequivocabile. Ma come fai a colpevolizzare una marea di due o trecentomila esaltati, come fai a ricondurre l’origine della responsabilità a chi li sguinzaglia con un apparentemente innocente invito sui social? Qui sta il busillis di un comportamento che intende difendersi dal bullo qualunque, ma diventa iperbullista a sua volta. Il vippo/vippa non si sporca le mani e può sempre risponderti: che c’entro io? Che colpa ne ho se sono famoso? Ma non funziona così e l’oracolo twittatore, selfatore, dispensatore di saggezza gossippara lo sa perfettamente: l’intendenza seguirà. Difatti le intendenze finiscono regolarmente a massacrarsi fra loro, secondo il deprimente paradosso dei volonterosi anti-haters che finiscono per scatenare tempeste d’odio in rete. C’è sempre uno squilibrato, un incauto che per primo attacca il vippo/vippa e che si vota a sicuro macello, con il suo esile manipolo di followers che fanno la stesa fine, caduti alle Termopili social, perché erano solo trecento destinati ad essere travolti dalle legioni della “viptima”. Mentre gli scontri tra vippi e vippe di pari rango non sono mai sulla base delle ragioni, quasi sempre invero assai presunte, ma della carne da cannone che ciascuno ha da schierare sul suo Risiko virtuale. Quante divisioni ha il vippo/vippa?

Cari soldatini del nulla, anche per questa strada si finisce a inflazionare i palinsesti, le testate, la società dello spettacolino. Solo che ad arrivarci non sarete mai voi. Voi siete per far numero, per il sacro macello, siete bitcoin dell’odio e del disprezzo, senz’altro valore per chi vi spende.
Max Del Papa