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L’antibiotico resistenza farà un ecatombe più del coronavirus e nessuno ne parla

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Coronavirus
Coronavirus

Mia madre si trova in ospedale. Ha 84 anni, è ricoverata da un mese per un problema ortopedico, si è rotto il chiodo che le avevano impiantato questa estate dopo la frattura del femore. Ha dovuto subire altre 2 operazioni a distanza di 7 mesi, è ricoverata da prima che iniziassero il caos Coronavirus, la quarantena, il lockdown, le mascherine, i guanti, i gel disinfettanti.

Siamo fra i pochi fortunati che ancora possono andare a trovare i parenti per assisterli e confortarli, ma con tutto il carico di angoscia e preoccupazione che ci pervade per le notizie sugli asintomatici, sull’altro numero di contagiati fra medici e paramedici, sul rischio per gli anziani immunodepressi.
Mia madre non ha il coronavirus, ma lei, come tutti i pazienti che si trovano negli ospedali in questo momento così difficile, rischia ogni giorno di morire non solo a causa di questo nemico invisibile, ma per un’emergenza nazionale soffocata, ignorata, sottovalutata così come ha affermato Walter Ricciardi professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane dal 2017 rappresenta l’Italia nell’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il triennio 2017-2020.

In un’intervista rilasciata un anno fa, lo scienziato disse:” Il nostro Paese è in un’emergenza assoluta, non conosciuta e non stimata. Migliaia di persone muoiono ogni giorno nei nostri ospedali per infezioni e antibiotico resistenza. La strage è già in corso ma diventerà un ecatombe. Da che cosa dipende l’antibiotico resistenza? Dal fatto che in Italia si consumano troppi antibiotici, anche quando non sono necessari, ma molta della nostra antibiotico resistenza nasce dal fatto che mangiamo maiali e polli d’allevamento ai quali vengono somministrati antibiotici non solo quando sono malati ma a scopo preventivo“.

Anche la virologa Ilaria Capua in un’intervista rilasciata al sito Fanpage qualche giorno ha affermato:” In Italia ci sono molti decessi associati al Coronavirus. Anzi, diciamola meglio: molti più decessi rispetto al totale dei contagiati. Lo dico con molto rispetto, ma senza alcuna remora: questi decessi sono un’anomalia che dobbiamo approfondire e studiare con cura e velocità. Lo dico, perché in Italia c’è un altro problema che continua a non avere l’attenzione che merita e di cui nessuno, a maggior ragione, ha parlato in questi giorni: l’Italia è in Europa, insieme a Cipro, il Paese che ha più ceppi batterici antibiotico resistenti“.

Antibiotico resistenza – allevamenti intensivi: un binomio mortale sempre tenuto sottotraccia, del quale nessun governo, data la posta in gioco, vuole prendersi la responsabilità. Eppure a detta dell’OMS è “una delle maggiori minacce per la salute globale”.

Secondo le stime, il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo viene utilizzato negli allevamenti intensivi, perché gli animali stressati e ammassati tutti insieme in quei luoghi angusti e sudici si ammalano e l’unico modo per curarli è bombardarli di antibiotici. Ed ecco che ritorna prepotentemente il tema del nostro rapporto con gli animali, la insostenibilità dell’alimentazione a base di carne che sta mettendo a dura prova la nostra sopravvivenza che non è più una scelta personale ma ha un impatto devastante sulla collettività.

I Coronavirus sono “zoonosi“, cioè  malattie infettive trasmesse dagli animali agli uomini. Perché non li rispettiamo, perché invadiamo i loro territori, perché li uccidiamo nei mondi più terribili.

Scrive la Società Italiana di medicina veterinaria e preventiva: “Le zoonosi conosciute sono numerose, secondo l’Oms sono oltre 200 e comprendono un gruppo molto diverso d’infezioni o di infestazioni, che possono essere di natura batterica, virale, parassitaria e da agenti non convenzionali. Negli ultimi anni, a causa dell’intensificarsi degli scambi commerciali di animali e prodotti d’origine animale tra i vari paesi del mondo, stanno acquistando un’importanza crescente ed il loro studio costituisce uno dei settori di maggior interesse della medicina, umana e veterinaria”.
Inoltre gli allevamenti intensivi stanno occupando la maggior parte dei terreni coltivabili che potrebbe essere utilizzata per coltivare ortaggi e legumi per il consumo umano; mentre il 70% della superficie agricola dell’Unione Europea (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata a produrre mangime e foraggio per gli animali invece che cibo per le persone. Si tratta di 125 milioni di ettari di terra che in tutta Europa vengono usati per produrre mangimi o per il pascolo.
Vigliamo davvero continuare così? Vogliamo veramente mettere al repentaglio la vita dell’intera umanità per la nostra ostinazione a nutrirci dei nostri errori? Quando prenderemo atto che le tradizioni culinarie che prevedono l’uccisione di animali non sono più sostenibili? Che siamo chiamati ripensarci nel nostro stentato vivere?