Home Tech Multitasking? Come ti divento scemo: distruzioni per l’uso

Multitasking? Come ti divento scemo: distruzioni per l’uso

È stato calcolato che il 90% almeno del pubblico di un qualsiasi concerto, pur riprendendolo integralmente con lo smartphone, non ne trattiene un solo istante; e, appena uscito, non è in grado di ricordare la sequenza delle canzoni, i momenti salienti, nemmeno come fosse vestita la popstar, se non con un ricorso ai contenuti accumulati e sparati in rete.

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Lo chiamavano multitasking. Ma era una leggenda da Silicon Valley quella del cervello che può fare più cose insieme, e quello delle donne, dicevano i guru della nuova economia, anche meglio dei maschi.

Ma il cervello non funziona così: certo puoi guidare, ascoltare musica, fumare e pensare agli affaracci tuoi, ma sarai concentrato solo su una di queste attività. Una alla volte, le altre girano un background: mentre guidi non hai bisogno di pensare all’itinerario, la mente ha già memorizzato per tempo, immagazzinato, registrato la strada che ti porta a casa. E se leggi mentre ascolti, oscillerai tra un passaggio scritto che ti rapisce, “silenziando” la musica, e viceversa.

Sarà per questo che lo chiamavano multitasking ma, come spesso accade per le bufale, a un certo punto si è reso necessario un restyling linguistico: e adesso si chiama task switching, che suona meglio, molto meglio: lo switch è l’interruttore, ad ammettere che non di pluriattività si tratta, ma di saltabeccare tra una attività all’altra.
In inglese, così non si capisce.

Tanto i ministri e le ministre, non studiano. Se studiassero, forse avrebbero qualche ritegno nel caldeggiare sempre più tecnologia in classe. Neurobiologi come Manfred Spitzer si disperano, avvertendo (invano) che l’utilizzo forsennato delle app atrofizza intere regioni cerebrali, azzerando le relative facoltà: a forza di farci guidare da satellitari, mappe e vocine, abbiamo praticamente perso la memoria spaziale, non sappiamo più orientarci istintivamente, visivamente, nemmeno nei percorsi a noi consueti. Un po’ come quando, a forza di aggrapparsi a una calcolatrice, non si riesce più a fare una sottrazione elementare.
Ma che fa?
È stato calcolato che il 90% almeno del pubblico di un qualsiasi concerto, pur riprendendolo integralmente con lo smartphone, non ne trattiene un solo istante; e, appena uscito, non è in grado di ricordare la sequenza delle canzoni, i momenti salienti, nemmeno come fosse vestita la popstar, se non con un ricorso ai contenuti accumulati e sparati in rete.

Sempre Spitzer è fra quanti si oppongono disperatamente al microcomputer da banco: nei suoi testi, dai titoli programmatici, “Solitudine digitale”, “Demenza digitale”, afferma, sostenuto da riscontri scientifici, quali esperimenti, ricerche, studi, che lo smartphone rigurgitante app non agevola la concentrazione: la distrugge, la disperde, la sminuzza. Origina pulsioni all’isolamento, attenta alla socialità istintiva: anche lo stare insieme parte dal cervello. Badare a tutte le sollecitazioni dell’apparecchio è impossibile o, più esattamente, è possibile ma rende tutto vano: non si può studiare concedendosi digressioni in rete, chattando, rispondendo a un messaggio, controllando la posta elettronica, verificando chi ci ha messo “mi piace” su Facebook, Instagram, pensando al microvideo di TikTok, controllando i retweet di Twitter. Non si può. Manco la bilocazione soccorrerebbe.

Multitasking o task switching, mettila come ti pare, si traduce in perdita di tempo, distrazione, fatica vana. D’altra parte, resistere a queste sirene è pressoché impossibile, come conferma la dipendenza che ormai attanaglia chiunque, talmente invalsa da essersi trasformata in materia da vignette sulla Settimana Enigmistica.
Stroncato anche il mito del terminale precoce nelle scuole: le ricerche condotte un po’ ovunque, dall’Inghilterra all’Australia, dagli Stati Uniti a diversi Paesi africani, hanno confermato risultati desolanti: più gli alunni sono giovani e meno imparano.

Al contrario, si abituano ad un livello d’attenzione da moscerini, ad una comprensione testuale pregiudicata fin dall’inizio (in mancanza di testo ipertestuale, vale a dire colorato, corredato da foto, filmini e connessioni ad altri testi, lo scolaro si annoia, si stufa), laddove lo stesso apprendimento della scrittura diventa problematico: scrivere su una tastiera evidenziata da un terminale è, secondo gli scienziati, un esercizio anodino, uguale per tutti, mentre la connessione mente-mano-grafia è specifica e speciale, inconfondibile, e va introdotta prima e univocamente; chi impara a solfeggiare a un computer avrà sempre problemi di scrittura autografa, mentre non è affatto vero il contrario. “Carta, penna e calamaio” non è un tradizionalismo per bigotti, è una regola biologica che ancora non si è riusciti a smentire, il currenti computer non vale un currenti calamo, per quanto la macchina pubblicitaria possa ubriacarci.

Prova ne sia che la voglia di scrittura amanuense ritorna in versione informatica e già spuntano le prime tavolette elettroniche su cui scrivere con penna elettronica: sarà un aggiornamento della vecchia carta, ma le somiglia maledettamente e non si deve solo all’inesausta creatività di un capitalismo condannato a sfornare vecchie novità a getto continuo, quanto alla consapevolezza che, spessissimo, il futuro ha cuore (e mano) antico, e il vintage è la nuova frontiera, appena riveduta e corretta. Il gesto materiale di scrivere rimane geneticamente fondamentale, per apprendimento, per coscienza, e i supporti immateriali lo riconoscono.

Si potrebbe continuare, ma già una cosa appare lampante: a spingere per l’utilizzo dei gingilli nella scuola dell’obbligo sono quelli che li vendono; gli scienziati si oppongono, o meglio si opporrebbero, se i potenti mezzi di marketing non scaricassero su di loro vagonate di gogna.

Ma è vero che, in Africa, nei primi anni Duemila, preferirono corredare le scuole – ricavate da capanne – di apparecchi informatici anziché di acqua e delle elementari strutture didattiche.

Con l’aggravante che quegli strumenti non potevano funzionare in mancanza di reti elettriche e internettiane. Ma dove le reti ci sono non va meglio, se è vero che il Daily Telegraph ha raccolto l’allarme dell’Università di Cambridge (non un istituto professionale di provincia): i corsisti non sanno più scrivere a mano, tanto meno in corsivo (pensate che meraviglia di analfabetismo di ritorno, intere tesine o relazioni in stampatello come cartelli sgangherati), al punto che si renderà probabilmente necessario accettare il fatto compiuto, l’utilizzo di computer e smartphone succedanei, stante l’utilizzo ormai dilagante nei testi scritti delle “emoticons”, le faccine che esprimono quegli stati d’animo che la penna non sa più rendere. Brutta faccenda, insegnava Giovanni Sartori in “Homo Videns”, quando l’intelligenza perde le sue capacità di astrazione e diventa semplicemente visuale. Il graffito di ritorno è ormai realtà. E i banchi rotanti di Azzolina non ci salveranno.
Max Del Papa