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Clizia Fornasier
Clizia Fornasier © Maria La Torre

Di tutto ciò che riguarda la vita di Clizia Fornasier, hanno parlato i giornali e i salotti televisivi di cui spesso è stata protagonista. Dall’unione con l’attore Attilio Fontana, alla nascita dei figli Blu e Mercuzio, nel mezzo c’è un percorso di vita fatto di cinema e fiction, di cui ci è stato detto tutto o quasi. C’è ancora infatti una parte di Clizia che da sempre l’accompagna dietro le luci della ribalta, un’attività di scrittura presente con forza nel suo quotidiano. Clizia scrive per raccontare al mondo le cose del mondo, con la voglia di onorare il suo prezioso dono di autrice. Dopo il primo scritto “Rajoda” del 2013, nel 2019 pubblica con HarperCollins il suo secondo romanzo “È il suono delle onde che resta”, che raccoglie ottimi consensi e a cui farà seguito un terzo su cui l’attrice è già al lavoro.

Origini trevigiane e romana d’adozione, Clizia è un’attrice alla cui parola andrebbe aggiunta la lettera “U”, a formare il neologismo “aUttrice”, in cui si fondono le due anime dell’artista. «Quando scrivo mi sento nel mio vestito più bello e nelle mie scarpe perfette», dichiara con un pizzico di riservatezza per quel dono narrativo che oggi è pronta a condividere, attraverso il progetto “Scrivo per un’Amica”, e-book a cura della Fondazione Vodafone Italia, in prima linea per la lotta contro la violenza di genere.
È proprio questa sua capacità di narrare storie di vita, che la porta ad esser parte di questo importante progetto letterario contro la Violenza sulle Donne e la cui nascita editoriale ha radici nell’iniziativa solidale “Chiedo per un’Amica”, anch’essa tenuta dalla major della telefonia. «Non ho esitato nemmeno per un secondo nel dire “Sì, scrivo di violenza”, perché leggere di una problematica simile aiuterà le donne a sciogliere ogni dubbio sulla gravità di quello che a volte si trovano costrette a vivere», ha concluso Fornasier.

IL PROGETTO “SCRIVO PER UN’AMICA”

Sei autrici, Giulia Muscatelli, Marzia Sicignano, Cristina Caboni, Cristina Chiperi, Giada Sundas e la stessa Fornasier, hanno scritto racconti inediti su sei diversi tipi di violenza – fisica, sessuale, economica, psicologica, porn e stalking – oggi raccolti nel libro digitale che ha visto la luce lunedì 8 marzo 2021, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Di “Violenza Fisica” ha scritto Clizia Fornasier, raccontando la storia di una donna e madre, vessata da un figlio che non le risparmia aggressioni, reclusione e violenza domestica ripetuta. A Giulia Muscatelli spetta la “Violenza Sessuale”, quegli atti sessuali non desiderati e ai quali non si è dato consenso. La “Violenza Economica” è descritta dallo scritto di Marzia Sicignano, che racconta delle forme di controllo sull’autonomia economica e sulla gestione del patrimonio, che sfocia anche nel divieto di ricerca di un lavoro e della conseguente indipendenza che ne può scaturire. Cristina Caboni indaga sulla “Violenza Psicologica”, un tipo di atteggiamento che non è sempre evidente e le cui forme possono essere molto gravi, nate da una costante mancanza di rispetto nei confronti dell’identità della donna. Il “Revenge Porn”, definito anche come «pornografia non consensuale», è la forma di violenza raccontata da Cristina Chiperi, che porta l’esempio di alcuni avvenimenti che purtroppo, sempre più spesso possono indurre le vittime al suicidio. Infine Giada Sundas scrive di “Stalking”, una serie di comportamenti indesiderati tenuti da un individuo, che affliggono un’altra persona generando in questa un forte stato d’ansia, paura e sofferenza.

LE PAROLE DI CLIZIA FORNASIER E L’ADESIONE AL PROGETTO DI FONDAZIONE VODAFONE

Quando sono stata chiamata a scrivere per questa iniziativa non ho esitato nemmeno per un secondo. Era “sì” fin dalle prime parole. “Vorremmo affidarti la stesura di una storia che parla di violenza ai danni di una donna da parte del figlio. Si tratta di una iniziativa contro la violenza di genere che…” – “Sì”. Questa è la risposta che dovrebbe ricevere ogni donna anche alla più timida richiesta di aiuto. Sì e in quel sì dovrebbe esserci la garanzia che è libera, che la sua serenità è garantita. In poco tempo mi sono dovuta mettere sulla carta e come al solito ho aspettato la notte, l’unico momento in cui la casa dorme insieme ai miei due bambini, per trovare il capo del filo. La prima cosa che mi è arrivata è stata l’immagine di una donna anziana, il corpo emaciato disteso a terra e sopra di lei un uomo che dorme. L’uomo è suo figlio. Poi ho pensato alla prima cosa che quella donna doveva aver fatto con quell’uomo, col suo bambino. “Gli ha di certo contato le dita”, mi sono detta. Lo abbiamo fatto tutte dopo aver partorito. E ora cosa può fare, sotto a quel peso che la spezza? Le conta di nuovo ma non lo fa ad occhi aperti. Le percepisce sullo zigomo che quel figlio le ha appena spaccato. Sono convinta del fatto che le idee non ci appartengano, sono nell’aria e noi che scriviamo storie non siamo altro che canali utili a portarle a terra e a condividerle. Questa mia storia è di certo la storia di tante e ora è una storia per tutti. Credo che leggere di una problematica simile, aiuti le donne a sciogliere ogni dubbio sulla gravità di quello che a volte si trovano costrette a vivere.

Scrivo da quando ho scritto la prima parola della mia vita. La ricordo ancora, su uno scatolone nella cantina di casa mia. “Sole”, con la esse scritta a rovescio. Mi sentii potente di fronte a quell’idea spiegata da me, con le mie mani. Da lì sono partite le prime poesie in rima, le letterina alla famiglia e poi le lettere d’amore che scrivevo su commissione per le amiche. A sette anni leggevo il dizionario al posto dei fumetti e quando riuscivo a mettere in un discorso un nuovo vocabolo, magari insolito, beh, che soddisfazione! Al liceo alcuni insegnanti mi chiedevano di “togliere”, di “scrivere potabile”. In questo braccio di ferro ho cercato di imparare a essere più essenziale ma al mio stile non ho voluto rinunciare. Quando scrivo mi sento nel mio vestito più bello e nelle mie scarpe perfette.